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Venerdì 03 Settembre 2010 13:45 |
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Rilanciare il concetto di multifunzionalità per le imprese agricole, promuovendo lo sviluppo delle agroenergie. E' l'oggetto dell'accordo firmato dal presidente della Confagricoltura Federico Vecchioni, dal presidente di Agrielectrica Debora Degl'Innocenti e Paolo Golzio amministratore delegato di EnerGrid, che prevede la fornitura di energia, anche attraverso le fonti rinnovabili, a costi di mercato assolutamente vantaggiosi. Si contribuirà così a realizzare una filiera tutta italiana nel settore delle biomasse, capace di avanzare un'offerta full service innovativa e competitiva sui mercati globali.
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Mercoledì 01 Settembre 2010 10:00 |
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Enel green power, società Enel per le energie rinnovabili, vuole costruire in Puglia il più grande impianto fotovoltaico d'Italia e uno dei più grandi di Europa. È stata chiesta la valutazione di impatto ambientale alla Provincia di Brindisi per il progetto di realizzare nella centrale Enel «Federico II» di Cerano un impianto solare da 71,64 megawatt (attualmente il più grande in esercizio in Italia è da 28 mw, a Montalto).
L'impianto sarà costruito lungo i terreni adiacenti il nastro trasportatore utilizzato per far giungere il carbone dal porto alla centrale di Cerano, uno degli impianti Enel più importanti d'Italia (alimentata a carbone ed ha una potenza installata di circa 3 mila mw).
L'impianto sarà realizzato in parte a terra ed in parte su serre agricole:i possibili principali impatti – si legge nell'avviso pubblicato dalla società su alcuni quotidiani – riguardano l'impatto visivo degli impianti, la riduzione di disponibilità di terreno agricolo, e l'incidenza sul parco regionale Saline di Punta della Contessa.
Enel green power, che questa settimana ha già annunciatol'avvio produttivo di un campo eolico nella regione francese dello Champagne della potenza di 24 mw, ha una capacità installata di circa 5.700 mw, con un mix di fonti che comprende l'eolico, il solare, l'idroelettrico, il geotermico e le biomasse, e una pipeline di sviluppo di circa 31.000 mw.Attualmente, gli impianti operativi e i progetti in stato di avanzato sviluppo sono collocati in 16 paesi in Europa e nel continente americano.
Fulvio Conti, a.d. Enel, ha confermato in occasione della presentazione della semestrale del gruppo l'intenzione di quotare in Borsa il 30% di Enel green power. Lo sbarco in borsa è previsto per fine ottobre e nei giorni scorsi è stato definito il consorzio di collocamento. Mediobanca (già consulente e advisor finanziario di Enel), Intesa Sanpaolo, Goldman Sachs e Credit Suisse agiranno nella doppia veste di bookrunner e global coordinator dell'operazione. Altri sei istituti sono stati selezionati invece come bookrunner: si tratta di Unicredit, Morgan Stanley.
R. E.
Enel green power, società Enel per le energie rinnovabili, vuole costruire in Puglia il più grande impianto fotovoltaico d'Italia e uno dei più grandi di Europa. È stata chiesta la valutazione di impatto ambientale alla Provincia di Brindisi per il progetto di realizzare nella centrale Enel «Federico II» di Cerano un impianto solare da 71,64 megawatt (attualmente il più grande in esercizio in Italia è da 28 mw, a Montalto).
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Domenica 29 Agosto 2010 10:48 |
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La produzione di energia elettrica da fonte fotovoltaica sia ai fini dell'autoconsumo personale o aziendale, sia per la vendita vera e propria è una attività che coinvolge privati e imprese. Il crescente interesse a tale forma di produzione di energia è giustificato dalla forte sovvenzione (tariffa incentivante) che il sistema energetico nazionale elargisce ai soggetti che installano queste tipologie di impianti.
Tariffa incentivante
I soggetti che producono energia da impianti fotovoltaici sono destinatari di una tariffa incentivante erogata dal Gse pari a circa 0,40 euro per kw. Il contributo è soggetto alla ritenuta d'acconto del 4% quando il percettore è una impresa commerciale o un professionista. Le imprese agricole individuali e le società semplici sono escluse da tale prelievo.
Persone fisiche
Un privato (o un ente non commerciale) può installare un impianto fotovoltaico di potenza non superiore a 20 kw per far fronte ai bisogni energetici domestici quando l'impianto è posto direttamente al servizio della abitazione.
Può optare per il servizio di scambio sul posto che consiste nell'operare una compensazione tra l'energia elettrica prodotta con i propri pannelli fotovoltaici e automaticamente immessa in rete e l'energia elettrica prelevata per le proprie esigenze familiari. Secondo le regole fissate dalla Autorità sull'energia e gas con la delibera n. 74/2008 tutta l'energia prodotta viene immessa in rete e quella consumata viene fornita e fatturata dal fornitore territorialmente competente. Il costo sostenuto per l'acquisto di energia verrà rimborsato dal gestore dei servizi elettrici (Gse) mediante un contributo in conto scambio sul posto pari al minore tra il valore dell'energia prodotta e quello dell'energia consumata al netto dell'Iva; l'Iva è l'unico onere che rimane a carico del contribuente. Ove la produzione di energia immessa in rete risulti superiore, la differenza è riportata a credito negli anni successivi. Il privato riceve anche il contributo per aver realizzato l'impianto e cioè la tariffa incentivante. Entrambe le somme riscosse sono irrilevanti fiscalmente.
Il privato può anche non optare per il servizio di scambio sul posto e cedere l'energia al Gse. In questo caso i proventi derivanti dalla vendita dell'energia eccedente quella consumata rilevano fiscalmente come redditi diversi e cioè come attività commerciale occasionale. In questo caso la circolare dell'Agenzia delle Entrate n.46/2007 non è adeguata alla nuova procedura del cambio sul posto in quanto considera l'ipotesi in cui il privato incassava dal Gse la sola differenza tra energia prodotta e consumata, mentre ora riceve il rimborso del costo della energia consumata a titolo di contributo e la differenza a titolo di energia venduta. Il meccanismo dovrebbe funzionare così: se il privato produce 15 e consuma 10, riceve dal Gse 10 a titolo di contributo per scambio sul posto irrilevante fiscalmente e 5 a titolo di cessione di energia che rappresenta un reddito diverso, fuori campo Iva in assenza del presupposto soggettivo.
Se invece il privato installa un impianto di potenza superiore a 20 kw oppure l'impianto non è collocato al servizio della abitazione dovrà considerare ceduta l'energia immessa in rete. Tale operazione realizza una attività commerciale rilevante ai fini dell'Iva e delle imposte dirette e quindi il titolare dell'impianto deve aprire la partita Iva con tutti gli adempimenti conseguenti. La tariffa incentivante non è soggetta a Iva ma è rilevante ai fini delle imposte dirette.
Imprese
Qualora la formula dello scambio sul posto sia adottata da una impresa, la gestione fiscale è facile. Tutta l'energia prodotta immessa in rete viene fatturata al Gse con applicazione dell'Iva (aliquota 10%) e rappresenta un ricavo rilevante ai fini delle imposte dirette. Il costo dell'energia consumata sostenuto nei confronti del fornitore territoriale è deducibile e la tariffa incentivante che rappresenta un contributo in conto esercizio, assoggettato alla ritenuta del 4%, è esclusa da Iva ma rilevante ai fini delle imposte dirette.
Professionisti
La gestione fiscale dell'energia autoprodotta da un lavoratore autonomo è per alcuni aspetti simile a quella delle imprese. Tutta l'energia ceduta deve essere fatturata; però trattandosi di attività commerciale e non di lavoro autonomo ( non può essere dichiarata nel quadro RE del modello Unico), è necessario tenere la contabilità separata. L'energia consumata è una spesa deducibile nella attività professionale. La circolare n. 46/E/2007 precisa che per i lavoratori autonomi la tariffa incentivante concorre a formare il reddito soltanto per la parte corrispondente alla energia prodotta in eccesso.
Paolo Tosoni
La produzione di energia elettrica da fonte fotovoltaica sia ai fini dell'autoconsumo personale o aziendale, sia per la vendita vera e propria è una attività che coinvolge privati e imprese. Il crescente interesse a tale forma di produzione di energia è giustificato dalla forte sovvenzione (tariffa incentivante) che il sistema energetico nazionale elargisce ai soggetti che installano queste tipologie di impianti.
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Lunedì 23 Agosto 2010 10:08 |
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Il "modello Brasile" traina da alcuni anni un boom produttivo dei biocarburanti che si è esteso a molti Paesi in via di sviluppo, dall'Asia merdionale al resto dell'America latina. Ormai si può parlare di un fenomeno globale, con un'offerta che ha rapidamente superato la domanda (tanto da causare negli Usa, nell'ultimo anno, un calo del 60% dei corsi del biodiesel prodotto con la soia), ma con prospettive (o ambizioni...) che restano brillanti sul lungo periodo. Specie se nel frattempo le quotazioni del greggio resteranno agli attuali livelli ( 7580 dollari al barile) o, meglio ancora, torneranno sopra la fatidica "quota 100". In ogni caso, secondo una previsione rilasciata alla fine dello scorso anno dall'Agenzia internazionale dell'Energia, nel 2050 tra un terzo e un quarto della domanda energetica mondiale sarà soddisfatto da combustibili rinnovabili. Rimangono però irrisolte le questioni ambientale e alimentare. Che nei Pvs assumono aspetti socio politici di un rilievo sconosciuto nei paesi sviluppati. La prima si riferisce al processo di deforestazione, che in varie regioni (Sud Est asiatico, Africa centro-meridionale, Brasile)ha ricevuto un'indubbia spinta per dare spazio alle colture bio-energetiche (nell'ultimo ventennio la produzione di soia è quadruplicata in Amazzonia, quella di palma da olio triplicata in Indonesia e in Malaysia).
La seconda questione riguarda la produzione di biocarburanti mediante materie prime alimentari, specie etanolo distillato da cereali. Certo, la celebre denuncia lanciata alcuni anni fa da Fidel Castro sulla brama di guadagno dei paesi sviluppati, che avrebbero portato alla fame il Terzo mondo per ridurre del 15% i consumi delle proprie auto sovraddimensionate, si è in gran parte ridimensionata: solo gli Usa ricorrono a questo sistema, utilizzando peraltro le eccedenze produttive – circa il 15-20% dei raccolti totali – e comunque senza turbare le quotazioni mondiali di mais e grano, che sono infatti tornate a livelli stabili dopo le impennate del 2008.
Il problema della produzione di carburante con cereali altrimenti destinati all'alimentazione umana resta però sempre attuale. Specie per i meccanismi connessi, potenzialmente deleteri: crediti per costruire impianti che aumentano il debito estero, necessità di dirottare risorse cerealicole alla produzione di combustibili in caso di nuovi balzi del barile di petrolio a quotazioni a tre cifre e così via. Appaiono temibili, in particolare, gli effetti su paesi con equilibri demografico- alimentari sempre più precari: il timore latente, incoffessato, si chiama carestia. Secondo le stime della Fao, entro il 2030 la popolazione mondiale salirà da 6,8 a 8,2 miliardi (+32%), con un tasso ancora maggiore nelle regioni tropicali, dove la forte pressione demografica accentua l'insicurezza alimentare ma dove si trovano anche le regioni migliori per fertilità dei suoli e specificità delle colture, per introdurre la produzione dei biocombustibili.
Se a questo equilibrio precario si associa il fenomeno, in fase di forte espansione, dell'acquisto (o affitto per svariati decenni) di terre tropicali o in regioni a vocazione cerealicola (Russia ed est europeo, ad esempio), a beneficio di paesi ricchi di petrodollari ma con cronici deficit agro-alimentari ( Nord Africa, Golfo Persico) oppure con enormi surplus delle bilance dei pagamenti (Estremo Oriente, India ma anche qualche europeo) diventa chiaro come si rischi di creare una miscela esplosiva.
In altri termini, i 15-20 milioni di ettari che solo nell'ultimo triennio sono passati di mano in Africa potrebbero produrre riso, sorgo o grano con cui nutrire le masse saudite, cinesi o coreane, ma anche le stesse popolazioni locali, se i surplus prodotti finissero sui mercati locali. Ben diverso il risultato se quegli stessi terreni finissero coltivati a jatropha, canna da zucchero o palma da olio. Sarebbe difficile respingere le accuse castriste circa una volontà neocoloniale del mondo sviluppato di affamare i Pvs solo per riempire i propri serbatoi di carburante.
Paolo Migliavacca
Il "modello Brasile" traina da alcuni anni un boom produttivo dei biocarburanti che si è esteso a molti Paesi in via di sviluppo, dall'Asia meridionale al resto dell'America latina. Ormai si può parlare di un fenomeno globale, con un'offerta che ha rapidamente superato la domanda (tanto da causare negli Usa, nell'ultimo anno, un calo del 60% dei corsi del biodiesel prodotto con la soia), ma con prospettive (o ambizioni...) che restano brillanti sul lungo periodo. Specie se nel frattempo le quotazioni del greggio resteranno agli attuali livelli ( 7580 dollari al barile) o, meglio ancora, torneranno sopra la fatidica "quota 100".
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Lunedì 16 Agosto 2010 16:43 |
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Su quel giacimento, inaspettato e potenzialmente ricchissimo, vogliono mettere le mani tutti. A cominciare da Israele, che ne rivendica la proprietà (ha già concesso le licenze) e vede nel suo sfruttamento la soluzione per affrancarsi dal giogo della dipendenza energetica. Ne esige una parte anche il governo del vicino Libano, di fatto ancora in guerra con Israele e affossato da un ingombrante debito pubblico. Più timidamente, anche Cipro vuole entrare nella partita.
In questo angolo del Medio Oriente, dove le dispute sui confini non sono state ancora appianate, un ricco giacimento di gas può rivelarsi un'arma a doppio taglio. E il maxigiacimento di Leviathanil più grande mai scoperto nel Mediterraneo, 130 chilometri dalle coste di Haifa - potrebbe innescare una pericolosa escalation tra Beirut e Gerusalemme. Le reciproche accuse tra i due governi nell'ultimo mese non sono segnali incoraggianti. Per qualche analista, di questo passo, i giacimenti contesi potrebbero trasformarsi nel casus belli di un nuovo confronto militare con Hezbollah.
La posta in gioco, d'altronde, è altissima. Il valore dei giacimenti di Dalit, Tamar e Leviathan si aggira sui 100 miliardi di dollari. Il governo israeliano è consapevole di un fatto: il fabbisogno energetico registrerà un'impennata verticale nei prossimi anni. Lo ha illustrato bene Shuki Stern il direttore dell'Autorità israeliana del gas, quando, lo scorso 14 giugno, ha diffuso le nuove stime sui consumi: la domanda interna di gas dovrebbe raddoppiare dagli attuali 5 miliardi di metri cubi a 10 nel 2020, per poi salire a 15 nel 2029. Il tallone d'Achille di Israele è proprio l'energia.Già nei primi anni 70 l'allora premier Golda Meir ironizzò sulla peculiarità del territorio dello stato ebraico «Consentitemi di dirvi una cosa che noi israeliani rimproveriamo a Mosé. Impiegò 40 anni per attraversare il deserto e darci alla fine il solo fazzoletto di terra in Medio Oriente che non ha petrolio».
Israele ha dunque fatto di tutto per garantirsi le provvigioni di gas. Facendo dell'Egitto, paese con cui nel 1979 ha firmato un trattato di pace, il maggiore fornitore. Ma l'Egitto è un gigante dai piedi di argilla, al cui interno il risentimento contro Israele, guidato dal movimento dei Fratelli musulmani, è forte. Il gasdotto che attraversa il Sinai, peraltro, è stato spesso minacciato dai gruppi estremisti. Ed ecco che arriva l'imponderabile. Tra gennaio e febbraio del 2009 un consorzio in cui figurano alcune compagnie israeliane e l'americana Noble Energy annuncia la scoperta del giacimento di Tamar (la licenza per l'esplorazione risale al 2000). Si tratta della più grande ritrovamento di gas del 2009 sufficiente a coprire i consumi israeliani di gas per 35 anni.
Beirut comincia ad avanzare qualche pretesa. Ma di gas, in quell'area, sembra esservene di più. Il 3 giugno del 2010 il clamoroso annuncio: Noble Energy calcola in 453 miliardi di metri cubi le riserve del giacimento di Leviathan e 228 miliardi quelle di Tamar (dove è stato ritrovato anche del petrolio). Noble ha una quota del 40%, e tra gli altri azionisti figura l'israeliana Delek. Sull'onda dell'entusiasmo l'ad di Noble, Charles D. Davidson, dichiara: «Crediamo che supereremo quanto richiesto dal mercato interno». Isaac Tshuva, il tycoon israeliano padrone della Delek, è andato oltre: «Questo è un giorno di festa per tutto lo stato di Israele. Energia nostra sufficiente per 100 anni ».Forse troppo.Ma non c'è dubbio che, se debitamente sfruttati (la percentuale di successo è del 50%), i giacimenti, che dovrebbero cominciare a produrre entro il 2012, apporteranno un grande cambiamento all'economia israeliana accelerando il processo per ridurre l'uso del carbone,che oggi genera il 60% dell'elettricità.
Libano permettendo. Perché Beirut non vuole sentire ragioni. Tre giorni dopo l'annuncio sulle riserve di Leviathan, Hashem Safieddine, il capo del Consiglio esecutivo del movimento sciita Hezbollah, ribatte: il nostro movimento «non permetterà a Israele di saccheggiare le risorse di gas libanesi ». Il giorno dopo il ministro libanese dell'Energia,Gebran Bassil, esce allo scoperto: «Non permetteremo a Israele e a qualsiasi compagnia che lavora per i suoi interessi di estrarre gas che rientra nel nostro territorio». Infine venerdì scorso prende la parola il portavoce del Parlamento, Nabih Berri. Politico scaltro, vicino agli Hezbollah, Berri prima appoggia l'idea di Bassil per approvare urgentemente una legge sugli idrocarburi al fine di concedere le licenze di sfruttamento del gas, poi precisa: «Israele sta ignorando un fatto, cioè che, secondo le mappe, il giacimento si trova anche nelle acque territoriali del Libano». Ma quali mappe? Il ministro israeliano delle infrastrutture Uzi Landau avverte che Gerusalemme difenderà i suoi giacimenti, anche con la forza. «Israele non può fare a meno di minacciare e spaventare i libanesi», ha replicato il premier libanese, Saad Hariri, nel weekend.
Al telefono con il Sole 24 Ore il ministro Landau è irremovibile: «In conformità con le leggi internazionali questi giacimenti si trovano nella zona economica di Israele.
Quando abbiamo assegnato le licenze per l'esplorazione (Leviathan fu assegnato nel 2003, ndr) i nostri legali hanno rispettato tutte le procedure. Nessuno si è lamentato. Ma una volta trovato il gas ecco che il Libano rivendica qualcosa che è nostro.Dietro il Libano c'è la Siria. Se minacciati non escludiamo nulla per difendere la nostra sovranità, neanche l'uso della forza. Questi giacimenti sono parte del nostro territorio. Sono un asset strategico».
In mezzo Cipro. Gerusalemme e Nicosia starebbero lavorando su un accordo per definire i confini marittimi fissandoli a circa 200 chilometri dalle rispettive coste. «Stiamo portando avanti il dialogo con Cipro per raggiungere un accordo, basato sulla pratica internazionale e sulle relazioni di buon vicinato», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Yigal Palmor. Una volta fissati i confini, Cipro potrebbe concedere licenze per accertarsi se il giacimento si estende nelle sue acque.
La situazione è tuttavia molto complessa. Israele spesso parla di giacimenti nella sua zona esclusiva economica (che tuttavia, pur avendone diritto, non ha dichiarato) e non di acque territoriali. Le rivendicazioni del Libano sono però complesse perché il suo confine con Israele è molto frastagliato, rendendo difficile,in mare,stabilire dove finisce l'uno e inizia l'altro, ha spiegato a Bloomberg Robbie Sable, professore di diritto internazionale a Gerusalemme.
I timori di Beirut potrebbero avere qualche fondamento. Ancor più del petrolio, i giacimenti di gas non sono compartimenti stagni. Quindi, se un giacimento si estende sul territorio di due stati, chi lo estrae per primo potrebbe "succhiare" parte di quello del secondo. «Un argomento fonte di molti attriti nel passato in diverse aree del mondo - ci spiega Leonidas Drollas, capo economista del Centre for Energy Studies- che risale alle esplorazioni di inizio secolo nel Texas; chi arrivava per primo aveva più possibilità. Il giacimento più grande del mondo, tra Iran e Qatar è un caso emblematico. Il Qatar ha iniziato prima le estrazioni ed ha tecnologie all'avanguardia: sta producendo più gas. La soluzione migliore è un accordo per dividere i profitti». Quello che starebbero facendo Cina e Giappone per sfruttare il grande giacimento delle isole Senkaku. Ma anche se il giacimento di Leviathan si estendesse nelle acque libanesi, è improbabile che Israele e Libano facciano lo stesso. Per Hezbollah, accusato da Israele di aver rafforzato il suo arsenale dotandosi di missili Scud, i pretesti per riaprire le ostilità non mancano. E un giacimento di gas, così ricco, può rappresentare l'ultimo, ottimo pretesto.
Roberto Bongiorni
Su quel giacimento, inaspettato e potenzialmente ricchissimo, vogliono mettere le mani tutti. A cominciare da Israele, che ne rivendica la proprietà (ha già concesso le licenze) e vede nel suo sfruttamento la soluzione per affrancarsi dal giogo della dipendenza energetica. Ne esige una parte anche il governo del vicino Libano, di fatto ancora in guerra con Israele e affossato da un ingombrante debito pubblico. Più timidamente, anche Cipro vuole entrare nella partita.
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Mercoledì 11 Agosto 2010 11:20 |
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Doppio appuntamento estivo per la bolletta elettrica: il 1?luglio, oltre al consueto aggiornamento trimestrale dei prezzi di luce e gas da parte dell'Autorità per l'energia, segnerà infatti il debutto della «bioraria per tutti». Gli utenti domestici che non sono ancora transitati a un'offerta sul mercato libero –si calcola 25,7 milioni di utenze su circa 28,6 milioni, ossia circa nove su dieci –si vedranno addebitare i costi dei chilowattora in base al momento in cui avverrà il consumo, secondo due fasce di prezzo. Nessun allarmismo comunque – spiegano dall'Autorità dell'energia – si tratterà di una migrazione graduale.
Con la nuova bioraria si avranno due prezzi diversi: uno più basso dalle 19 alle 8 dei giorni feriali, tutti i sabati, le domeniche e i festivi (nella fascia oraria definita in bolletta F23); l'altro più alto, dalle 8 alle 19 dei feriali (fascia F1), quando – sottolineanto dall'Authority – la domanda di energia (e quindi il suo costo) sono più elevati. In ogni caso, per i primi 18 mesi lo scostamento tra i due prezzi sarà limitato al 10%, per consentire alle famiglie di abituarsi al meccanismo e di adeguare comportamenti troppo sbilanciati verso la fascia oraria feriale diurna. Per un anno e mezzo, di conseguenza, eventuali risparmi (così come una possibile maggiore spesa) saranno contenuti e limitati a qualche decina di euro all'anno.
Gradualità anche nel coinvolgimentodelleutenze: il1?lugliotoccherà a un primo scaglione di 4,5 milioni di famiglie (sempre per i consumi fatturati a partire dal mese prossimo), ma entro l'anno si dovrebbe salire già a quota 20 milioni. Fondamentale per l'applicazione dei prezzi differenziati è infatti che l'utenza sia dotata del contatore elettronico, e che il dispositivo sia stato riprogrammato per leggere a distanza i consumi per fasce orarie. Gli utenti chiamati al primo appello di luglio, inoltre, dovrebbero aver ricevuto l'avviso del cambiamento nelle ultime tre bollette, insieme a un'informativa sulla ripartizione dei propri consumi nelle due diverse fasce.
Gestire con più attenzione l'eletticità nel corso della giornata (e della settimana) sarà infatti cruciale per trarre qualche beneficio dalla nuova bioraria, soprattutto a partire dal gennaio 2012, quando la differenza di prezzo tra le due fasce diventerà più netta: converrà – avverte l'Autorità – concentrare almeno due terzi (il 67%) nelle ore più convenienti, ad esempio mettendo in funzione gli apparecchi più energivori (come lavatrice, lavastoviglie o scaldabagno) a partire dalle 19 oppure nei week end.
Quanto ai benefici ambientali e collettivi, secondo le stime dell'Autorità se l'insieme delle famiglie spostasse il 10% dei consumi nei periodi più favorevoli, si otterrebbe un risparmio di oltre 200 milioni di euro l'anno, tra 9 milioni per minori emissioni di CO2, 80 milioni come costo per combustibile e oltre 120 milioni come costi d'impianto.
In questo generale aggiustamento dei comportamenti molto dipenderà dal profilo di utente: il single che rientra e vive la casa dopo il lavoro oppure la famiglia che utilizza la lavatrice soprattutto nel fine settimana avranno indubbiamente meno "aggiustamenti" da fare rispetto alla casalinga (o alla collaboratrice domestica) che adoperano aspirapolvere e ferro da stiro durante il giorno. Quanto al contatore il rischio è che possa "sovraccaricarsi" e "saltare", considerato il prevedibile contemporaneo utilizzo di più apparecchi nelle fasce F2 e F3, e visto anche che il modello elettronico è più preciso e rispetta con maggiore precisione la potenza prelevabile prevista dal contratto. Un innalzamento della potenza oltre i 3,3 kW (la tipologia media) si tradurrebbe in un maggior costo in bolletta, ma a questo proposito l'Autorità ha avviato una consultazione sulla possibilità di innalzare la potenza senza oneri per l'utente.
Per il momento la mossa giusta è quella di cercare di individuare meglio il proprio profilo di utente. A tal fine può essere utile il "Pesa consumi", uno strumento messo online dall'Autorità (www.autorita. energia.it) che consente – bolletta alla mano – di calcolare quanto i singoli elettrodomestici di casa influiscano in percentuale sui consumi complessivi,in particolare nei momenti in cui l'elettricità è più cara: simulando lo spostamento nelle ore più convenienti si potranno ottenere indicazioni pratiche per una gestione energetica più oculata.
Rossella Cadeo
Doppio appuntamento estivo per la bolletta elettrica: il 1° luglio, oltre al consueto aggiornamento trimestrale dei prezzi di luce e gas da parte dell'Autorità per l'energia, segnerà infatti il debutto della «bioraria per tutti». Gli utenti domestici che non sono ancora transitati a un'offerta sul mercato libero –si calcola 25,7 milioni di utenze su circa 28,6 milioni, ossia circa nove su dieci –si vedranno addebitare i costi dei chilowattora in base al momento in cui avverrà il consumo, secondo due fasce di prezzo. Nessun allarmismo comunque – spiegano dall'Autorità dell'energia – si tratterà di una migrazione graduale.
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Martedì 10 Agosto 2010 11:07 |
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Vi immaginate una pala eolica nel vostro giardino? «Difficile che avvenga nell'immediato – risponde Christian Blaabjerg, gestore di Saxo Bank-. Così se è indubbio che il settore delle energie alternative nel breve periodo stia attirando forti attenzioni sulla scorta del disastro BP , tuttavia bisogna fare dei distinguo nel comparto delle energie alternative».
Il disastro ambientale causato da BP ha delle conseguenze sia dirette sia indirette. «La conseguenza diretta – spiega Luciano Diana, gestore del fondo Pictet Clean Energy – è che la moratoria sull'estrazione di petrolio offshore e la maggiore regolamentazione aumenteranno il costo marginale di estrazione del petrolio. Questo porterà ad un maggiore uso di gas naturale, un combustibile fossile più pulito rispetto al petrolio, disponibile in grande abbondanza negli Stati Uniti e attualmente a basso prezzo. Il gas naturale verrà maggiormente utilizzato per la produzione di energia elettrica e - seppur lentamente - per il settore del trasporto.
Due compagnie che beneficieranno di quest'ultima tendenza sono Clean Energy Fuels e Westport Innovations.
L'una costruisce stazioni di servizio a gas naturale per mezzi pesanti e automobili e l'altra produce kit di conversione per mezzi pesanti. La conseguenza indiretta è che l'attenzione della classe dirigente americana si è focalizzata sulla necessità di una nuova politica energetica». Il gestore di Pictet si aspetta per quest'anno lo stanziamento di ulteriori fondi ed incentivi per accelerare la transizione verso veicoli elettrici. «Due compagnie che beneficeranno nel lungo termine – aggiunge – sono Polypore (membrane per batterie al litio) e Saft (batterie al litio)». Un grande impulso sarà dato anche alle rinnovabili dove sono attesi investimenti per circa 150 miliardi di dollari, in crescita rispetto al 2009 e più o meno in linea con l'anno record del 2008. «Il settore privato sta ritornando gradualmente a finanziare progetti e la maggior parte dei pacchetti di stimolo pubblici avviati nel corso del 2009 avrà effetto quest'anno; – aggiunge ancora Diana – è probabile inoltre l'estensione di crediti d'imposta per il settore eolico del quale beneficerebbero operatori di parchi eolici come Iberdrola Renovables e Edp Renovaveis ».
Per Blaabjerg l'energia eolica e quella solare sono i principali driver del settore delle rinnovabili. «Noi preferiamo il solare fotovoltaico rispetto all'eolico – spiega – se guardiamo alla profittabilità e alle possibilità di impiego su più larga scala. Prima o poi la maggior parte delle abitazioni avrà sul proprio tetto dei pannelli solari.
Questo avverrà quando la tecnologia sarà un po' meno costosa e un po' più efficiente. Mentre non credo che lo stesso accadrà con l'eolico. Nel settore delle energie alternative guardiamo con favore ai titoli
Sma Solar e Phoenix Solar».
Piero Verzetti di Banca Akros da anni segue il settore delle energie rinnovabili che senz'altro nel lungo periodo è destinato a dare delle soddisfazioni, anche se è bene avvicinarsi con cautela in vista di fenomeni di aggregazione. «Quello che è accaduto – spiega – è una sorta di piccola bolla ma attualmente sui titoli delle energie il momento non è facile. I prezzi ai minimi rispecchiano la situazione che il settore ha vissuto e ormai vive su sovvenzioni statali e prestiti bancari (le aziende sono molto indebitate). E poi l'energia alternativa diventa interessante se il prezzo del petrolio è alto. Se scende è un disastro». A questo si aggiungono altri problemi: la Germania, molto avanti nella produzione del fotovoltaico, risente della concorrenza a basso prezzo dei pannelli cinesi, le grosse società di oil da tempo hanno diversificato nel gas e in altre forme di energia. «Per esempio la francese Total – aggiunge Verzetti – in accordo con la spagnola Abengoa ha fatto uno dei progetti più innovativi negli Emirati».
Tra i titoli che piacciono al gestore ci sono la portoghese Edp Renovaveis, proprietaria del terzo parco eolico più grande al momdo, le tedesche Phoenix, Solar World, Q-celles , leader nei pannelli solari, la spagnola Iberdrola. E ancora Gamesa , Vestas (danese), leader sulle pale eolica.
Lucilla Incorvati
Vi immaginate una pala eolica nel vostro giardino? «Difficile che avvenga nell'immediato – risponde Christian Blaabjerg, gestore di Saxo Bank-. Così se è indubbio che il settore delle energie alternative nel breve periodo stia attirando forti attenzioni sulla scorta del disastro BP , tuttavia bisogna fare dei distinguo nel comparto delle energie alternative».
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Lunedì 02 Agosto 2010 15:31 |
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Evocare il rischio di uno "shock" petrolifero tra pochi anni oggi può sembrare fuori luogo, nel pieno di una recessione che riduce i consumi mondiali di energia (-1,2% nel 2008 e -2,2% nel 2009) e mentre le prospettive del mercato del petrolio sembrano più che tranquille (a parte disastri e rischi di conflitti). L'Agenzia internazionale dell'Energia (Aie) dice che nel 2011 la domanda mondiale di greggio crescerà solo dell'1,6% per salire a 87,8 milioni di barili al giorno (mb/g), mentre per l'Opec (il cartello dei principali esportatori) la crescita sarà dell'1,2% fino a 86,4 mb/g. Il Pil mondiale aumenta poco e l'offerta di petrolio è sufficiente grazie anche a una capacità produttiva inutilizzata (o "di riserva") di 5 milioni di barili/giorno.
I prezzi dovrebbero mantenersi intorno agli attuali 75 dollari al barile (naturalmente se non ci sa-rà una guerra all'Iran, che potrebbe causare una crisi petrolifera mondiale, anzi una catastrofe, con i prezzi alle stelle). All'inizio dell'anno le riserve mondiali "accertate" – secondo lo "Statistical Review of World Energy" della Bp –erano indicate in 1.333 miliardi di barili. Per il medio-lungo periodo, le proiezioni continuano a parlare di una costante crescita della domanda energetica e delle risorse per soddisfarla. Secondo la ExxonMobil, i consumi mondiali di energia cresceranno del 35% tra il 2005 e il 2030, mentre l'Energy Information Administration (Eia, un ente del Dipartimento Usa dell'Energia) parla di un aumento di quasi il 50% tra il 2007 e il 2035.Tra l'altro,la produzione mondiale di greggio dovrebbe presto toccare la soglia dei 100 milioni di barili/giorno.
Dunque, guerre a parte, dov'è questa possibile e imminente crisi? Per quando è attesa? La data, secondo vari studi, può collocarsi verso il 2014-2015 quando, a fronte di una domanda in aumento, la produzione mondiale non potrà più crescere (forse non raggiungerà mai i 100 mb/g) e si troverà, dopo un quindicennio di stabilità (il cosiddetto plateau) alla vigilia di un declino inarrestabile, nonostante nuove scoperte di greggio. È quello che si chiama "picco del petrolio" e che da anni crea aspri dibattiti tra gli scienziati del settore. Un problema è fissare una data: prima o poi si arriverà al "picco", ma quando? Per organismi molto influenti, come l'Aie, l'Eia e altri, il "picco" verrà ben dopo il 2030. Altri, invece, l'avevano previsto già per questi anni.
Oggi, all'improvviso, si parla del 2014-15 e non da parte di scienziati "militanti" e "no global". Per prima cosa, alcuni dati-chiave del settore potrebbero essere inaffidabili, a partire da quello delle riserve mondiali che, secondo molti, è stato gonfiato negli anni 80 e per motivi politici mai ridimensionato. Uno studio redatto per l'università di Oxford da tre scienziati britannici, tra cui Sir David King (ex "chief scientist" del governo di Londra), dice che le riserve mondiali andrebbero stimate a 850-900 miliardi di barili, anziché a 1150-1350 miliardi. King dice anche che l'offerta mondiale di petrolio potrebbe essere inferiore alla domanda già nel 2014. Pure un gruppo di esperti petroliferi del Kuwait concorda su quella data.
Una grande sorpresa è che oggi, a parlare di un possibile "picco" a breve, sono anche i vertici militari americani. Lo scorso marzo, uno studio dello Stato maggiore inter-forze statunitense (US Joint Forces Command) sosteneva, circa il petrolio, che nel 2012 la capacità produttiva mondiale "di riserva" potrebbe scendere a zero, ponendo così le premesse di un grave shock, mentre nel 2015 l'offerta mondiale di greggio potrebbe essere di 10 mb/g inferiore a una domanda stimata a 90 mb/g. Secondo il rapporto, «senza una massiccia espansione a livello mondiale della capacità di estrazione e raffinazione, sarà inevitabile una grave crisi energetica». Più che una grave crisi, una carenza di offerta di 10 mb/g significherebbe una mezza catastrofe mondiale e una grave minaccia alla sicurezza strategica di molte potenze mondiali, dagli Usa alla Cina. Lo studio dello Udjfc non sembra aver destato grande attenzione. Nel darne notizia, il quotidiano londinese The Guardian ha però detto che, in seno all'Aie, vi sarebbero molti contrasti per la posizione ottimistica circa la futura disponibilità di greggio finora ostentata dall'Agenzia anche a causa, in passato, delle forti pressioni americane. Secondo un giovane ricercatore francese, Lionel Badal, gli esperti dell'Aie avrebbero previsto un inevitabile picco per il 2015 già una dozzina di anni fa, nel 1998. Ma il fatto sarebbe poi passato sotto silenzio per motivi politici internazionali.
Evocare il rischio di uno "shock" petrolifero tra pochi anni oggi può sembrare fuori luogo, nel pieno di una recessione che riduce i consumi mondiali di energia (-1,2% nel 2008 e -2,2% nel 2009) e mentre le prospettive del mercato del petrolio sembrano più che tranquille (a parte disastri e rischi di conflitti). L'Agenzia internazionale dell'Energia (Aie) dice che nel 2011 la domanda mondiale di greggio crescerà solo dell'1,6% per salire a 87,8 milioni di barili al giorno (mb/g), mentre per l'Opec (il cartello dei principali esportatori) la crescita sarà dell'1,2% fino a 86,4 mb/g. Il Pil mondiale aumenta poco e l'offerta di petrolio è sufficiente grazie anche a una capacità produttiva inutilizzata (o "di riserva") di 5 milioni di barili/giorno.
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