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Venerdì 27 Agosto 2010 10:40 |
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L'industria delle acque minerali applaude all'arrivo delle alte temperature, che stanno risollevando le deboli vendite di maggio e giugno, ma applaude anche all'entrata in vigore del decreto del ministero della Salute che, per la prima volta in Italia, permetterà di utilizzare la plastica riciclata per produrre bottiglie per l'acqua minerale naturale. Dopo un divieto durato 37 anni, a partire da domani il Pet (polietilentereftalato) riciclato farà dunque ingresso nel settore alimentare ( anche se col limite del 50% a bottiglia, il restante dovrà provenire da Pet vergine), uniformando l'Italia agli altri paesi europei e imprimendo una svolta ecologica al settore delle acque minerali, spesso finito sotto accusa per la produzione di plastica (350mila tonnellate l'anno).
«Grazie a questa norma, che la nostra federazione ha sollecitato, immetteremo meno plastica sul mercato e daremo un contributo importante allo sviluppo sostenibile », annuncia Ettore Fortuna, presidente di Mineracqua, l'associazione che riunisce le industrie che confezionano acque minerali. «Ora il problema per le aziende che producono bottiglie in plastica- aggiunge Fortuna- sarà trovare sul mercato il Pet riciclato, e trovarlo a un prezzo inferiore a quello del Pet vergine».
La strada dello sviluppo sostenibile è però ormai tracciata, al punto che Mineracqua sta pensando di realizzare un bilancio sociale e ambientale di categoria, certificato da una prestigiosa Università, che raggruppi i risultati raggiunti sul fronte del trasporto (il 15% dell'acqua minerale viaggia su ferrovia), del riciclo dell'acqua minerale utilizzata nel processo produttivo, della riduzione della plastica utilizzata.
«L'industria delle acque minerali ha investito molto in innovazione tecnologica - sottolinea Fortuna - e sta continuando a farlo anche in questa fase di crisi, perché la tecnologia non si ferma ». A fermarsi, nella prima parte dell'anno, sono stati invece i consumi, complice il calo di vendite nel canale retail, ma anche la contrazione di clienti registrata in ristoranti, catering e alberghi. Se per l'industria italiana delle acque minerali ( che fattura circa 2,3 miliardi l'anno e dà lavoro con l'indotto a più di 40mila persone) il primo semestre si è chiuso con una diminuzione di volumi vicina al 2%, influenzata in particolare dal clima rigido del mese di maggio,da fine giugno-con l'arrivo delle temperature estive- la ripresa sembra avviata. «Il fattore caldo può valere da tre a cinque punti su base annua - spiega Fortuna- e dunque ci può far recuperare molto, anche se la crisi si sta trascinando e le famiglie cercano di limare i consumi, compresi quelli dell'acqua».
La conseguenza, segnala Fortuna, è il proliferare di promozioni e sconti attuati soprattutto dalle marche, e dunque un mercato già affollato di 350 etichette- sempre più concorrenziale: nel 2009, anno di tenuta per il settore (+1% i volumi), il prezzo medio dell'acqua minerale in Italia è sceso da 20 a 19 centesimi al litro (contro 0,70 euro del Regno Unito e 0,47 della Germania). E quest'anno la redditività delle aziende (mediamente il 4% lordo) è destinata a contrarsi ancora.
In questo scenario l'Italia resta ai primi posti nel mondo per consumo di acqua minerale naturale (194 litri a testa, dietro a Messico e Emirati Arabi). «E abbiamo ancora margini di crescita - conclude Mineracqua - visto che il consumo pro-capite è attestato su mezzo litro di acqua al giorno».
Silvia Pieraccini
Nord-est
L'industria delle acque minerali applaude all'arrivo delle alte temperature, che stanno risollevando le deboli vendite di maggio e giugno, ma applaude anche all'entrata in vigore del decreto del ministero della Salute che, per la prima volta in Italia, permetterà di utilizzare la plastica riciclata per produrre bottiglie per l'acqua minerale naturale. Dopo un divieto durato 37 anni, a partire da domani il Pet (polietilentereftalato) riciclato farà dunque ingresso nel settore alimentare ( anche se col limite del 50% a bottiglia, il restante dovrà provenire da Pet vergine), uniformando l'Italia agli altri paesi europei e imprimendo una svolta ecologica al settore delle acque minerali, spesso finito sotto accusa per la produzione di plastica (350mila tonnellate l'anno).
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Lunedì 12 Luglio 2010 15:05 |
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Anche l'Europa lancia l'allarme- siccità. A farlo è l'Agenzia europea dell'ambiente (Aea) con una relazione sulle sulle risorse idriche in Europa e, in particolare, sul problema della carenza idrica e della siccità. L'Aea conferma che in molte parti d'Europa l'acqua viene utilizzata in modo insostenibile: finora, infatti, si è puntato a estrarre quantità sempre maggiori dalle risorse di superficie e di falda, saturando ogni capacità residua. Secondo la relazione, la via corretta da seguire è invece quella di limitare la domanda, riducendo al minimo le quantità di acqua estratta e aumentandone l'efficienza d'uso.
L'acqua, infatti, va sempre più scarseggiando. E il trend degli ultimi anni lascia presagire che in futuro il fenomeno si accentuerà ancora di più. Non solo in Africa o in varie regioni dell'Asia,ma anche,appunto,in Europa. Con effetti transitori che non possono certo lasciare indifferenti i Paesi del Vecchio Continente: la siccità che nel 2003 colpì l'Europa centro-merdionale causò – secondo stime della società di riassicurazione Munich RE – danni per ben 12 miliardi di euro. Ma soprattutto con situazioni permanenti di assoluto rilievo: stime della Commissione Ue dicono che l'11% della popolazione e il 17% del territorio dell'Unione è affetto da carenza idrica, con un costo che nell'ultimo trentennio ha superato i 100 miliardi.
Sulla stessa linea si muove anche la Direzione generale ambiente della Commissione Ue, che al tema della carenza idrica e della siccità nell'Unione ha dedicato un recente documento.
Esso ricorda che il 22 dicembre 2009 sarebbe dovuta diventare una data cruciale nella politica idrica europea. Si trattava infatti della data entro cui l'attuazione della direttiva-quadro sulle acque (n. 2000/60/CE - Water Framework Directive)imponeva l'adozione dei piani di gestione per tutti i bacini idrografici della Ue per consentire di acquisire una panoramica più chiara degli interventi pianificati dagli Stati membri nei rispettivi ambiti idrografici. Tuttavia, al 1? gennaio 2010 molti degli Stati membri in cui si prevedono i più elevati livelli di carenza idrica e siccità non avevano ancora adottato i piani stabiliti. Due i punti-chiave evidenziati dal documento della Commissione: il prezzo dell'acqua e la messa a punto di piani di gestione dei rischi- siccità.
Il giusto prezzo
La direttiva-quadro sulle acque (Wfd) prevede che gli Stati membri garantiscano, entro il 2010, che le politiche di tariffazione dell'acqua offrano agli utenti incentivi adeguati per favorire un utilizzo efficace delle risorse e che i diversi usi dell'acqua contribuiscano adeguatamente al recupero dei costi dei servizi idrici. I programmi di misure riguardanti i piani di gestione dei bacini idrografici consentiranno di verificare se tale disposizione sia stata attuata integralmente su scala europea. Le informazioni provenienti dagli Stati membri dicono che l'adattamento dei sistemi tariffari finalizzato a tener conto del principio di recupero dei costi potrebbe generare per i cittadini un graduale aumento dei costi dell'acqua.
Da quanto è possibile prevedere, l'aumento dei prezzi potrebbe non essere inevitabilmente seguito da una riduzione dei consumi.
La determinazione dei prezzi è solo uno dei possibili strumenti da prendere in considerazione; per incoraggiare un uso efficiente dell'acqua sono infatti necessarie misure aggiuntive. Tra quelle più comunemente adottate negli Stati membri vi sono l'applicazione di tariffe a blocchi, sanzioni in caso di eccessivo consumo e sconti legati al risparmio idrico.
Misurazioni e contatori
Per quanto riguarda gli sforzi compiuti per diffondere i programmi di misurazione in tutti i settori che utilizzano acqua – compresi i controlli obbligatori sulle estrazioni – molti Stati membri hanno riferito che l'uso di contatori per la fornitura di acqua potabile domestica sta raggiungendo un elevato livello di diffusione.
Anche la misurazione degli usi non domestici sta migliorando, specie modo quando gli utenti sono collegati alla rete pubblica. La misurazione e il controllo delle estrazioni dirette sono solitamente associati al processo stesso di autorizzazione. In alcuni bacini idrografici dell'Europa meridionale sono state adottate misure di legge per controllare anche le estrazioni delle acque sotterranee esistenti.
Il passaggio dalla "risposta alle crisi" alla "gestione del rischio" nel contesto della gestione idrica rappresenta il modo per migliorare la capacità di adattamento della società ai fenomeni di carenza idrica e siccità. Gli Stati membri della Ue considerano e affrontano questi problemi in funzione delle situazioni di sofferenza legate allo stress idrico.
Molti Stati membri hanno incominciato a individuare le zone o gli interi bacini colpiti da siccità, carenza idrica permanente o semi-permanente, processi di degradazione del suolo e desertificazione. A integrazione dei piani di gestione dei bacini idrografici potrebbero essere messi a punto specifici piani di gestione della siccità. Il ritardo nell'attuazione della Wfd può comunque incidere negativamente sugli interventi degli Stati membri interessati per affrontare i problemi di carenza idrica e siccità.
Alcuni Paesi membri (Germania, Austria, Finlandia, Lituania e Belgio) hanno già riferito di non aver individuato bacini colpiti da carenza permanente, ma i primi quattro non hanno escluso l'insorgere di stress idrici sporadici o addirittura frequenti durante l'estate. Altri (Malta e Cipro) lamentano invece una carenza permanente nell'intero territorio o in interi bacini idrografici (Italia e Spagna). Non soltanto i Paesi medi-terranei, ma anche altri dell'Europa centrale (Repubblica Ceca) riferiscono di zone colpite da frequente carenza idrica o con falde acquifere soggette a sfruttamento eccessivo (Francia e Belgio).
In molti Stati membri (ad esempio Spagna, Portogallo, Italia Gran Bretagna, Austria e Polonia) sono oggi in corso numerose attività destinate a monitorare e gestire i rischi di siccità, carenza idrica e desertificazione a livello sia nazionale sia europeo.
Anche l'Europa lancia l'allarme- siccità. A farlo è l'Agenzia europea dell'ambiente (Aea) con una relazione sulle sulle risorse idriche in Europa e, in particolare, sul problema della carenza idrica e della siccità. L'Aea conferma che in molte parti d'Europa l'acqua viene utilizzata in modo insostenibile: finora, infatti, si è puntato a estrarre quantità sempre maggiori dalle risorse di superficie e di falda, saturando ogni capacità residua. Secondo la relazione, la via corretta da seguire è invece quella di limitare la domanda, riducendo al minimo le quantità di acqua estratta e aumentandone l'efficienza d'uso.
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Martedì 22 Giugno 2010 11:33 |
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Un quarto delle morti nel Bangladesh sarebbe causato dall'arsenico contenuto nell'acqua dei pozzi. Lo sostiene uno studio dell'Università di Chicago pubblicato dalla rivista The Lancet. Il 21% dei decessi potrebbero essere dovuti al consumo di acqua contaminata. Un problema che riguarda una settantina di paesi, secondo l'Oms, che ha definito il fenomeno «il più grave caso di avvelenamento di massa della storia».
Fonte: www.ilsole24ore.com - 20 giugno 2010
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Mercoledì 09 Giugno 2010 10:20 |
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Nel Golfo del Messico una piattaforma petrolifera s'è incendiata ed è crollata in mare. Il sistema di sicurezza, il cosiddetto
blowout preventer , non ha funzionato e decine di migliaia di barili di petrolio si stanno riversando in acqua.
No, non è una storia di oggi. È una storia di 31 anni fa, quando il pozzo Ixtoc I della Pemex (la compagnia petrolifera messicana) sputa nel mare un totale di 3 milioni di barili di petrolio, nell'arco di quasi dieci mesi. Se non si considerano il petrolio kuwaitiano gettato in un altro Golfo, quello Persico, dalle truppe irachene nel 1991, e un caso in Russia nell'agosto del 2000, Ixtoc è stato l'incidente petrolifero più grave della storia. Un primato che, molto probabilmente, gli verrà strappato dalla storia di oggi, quella della Deepwater Horizon.
«L'impatto di Ixtoc fu disastroso per tutte le specie, volatili e acquatiche, che sul mare basano la propria esistenza », commenta al telefono Ronald Kendall, capo del dipartimento di Tossicologia ambientale alla Texas Tech University. «Per fortuna, nel giro di un paio di anni, l'ecosistema riuscì a ristabilirsi: il petrolio ha finito per diluirsi e degradarsi, grazie al lavoro di alcune famiglie di batteri sottomarini e grazie all'effetto della luce solare».
Sì professore, ma è possibile che vada così anche stavolta? La risposta di Kendall, purtroppo, è negativa. «Le circostanze sono molto diverse. La perdita di Ixtoc, nelle acque territoriali messicane, era a circa 50 metri di profondità. La falla della Deepwater è a un miglio, 1.600 metri. Lì il sole non arriva e non può esercitare il suo effetto foto-degradante. L'attività batterica è ridotta. E la bassa temperatura rema nel verso opposto».
Secondo Kendall, che insieme a tre colleghi ha appena pubblicato «Wildlife toxicology», una specie di catalogo sui rischi chimici imposti dalla civiltà umana sul mondo animale, il problema aggiuntivo sta nei solventi che la Bp usa sott'acqua per dividere il petrolio in tante goccioline, farlo precipitare ed evitare così che arrivi sulla costa. «L'obiettivo di proteggere le coste è condivisibile – osserva – ma l'effetto collaterale è quello di far depositare il petrolio sul fondale, un miglio sotto il livello del mare». Sul fondale, la vita sparisce. E quindi la catena alimentare s'interrompe.
Non è nota la quantità di greggio che sta uscendo dal buco praticato dalla Bp a quelle sconsiderate profondità. All'inizio avevano parlato di mille barili al giorno,poi 5mila e oggi c'è chi parla di 20mila (nel caso di Ixtoc furono 30mila per 3-4 mesi, e poi 10mila grazie a un parziale successo nel tappare la falla). «Ovviamente, le quantità possono fare la differenza – dice Kendall – così come il tempo che passerà prima che la perdita venga arrestata».
Ma ci sono altri fattori che la comunità scientifica non conosce. Qual è l'esatta composizione chimica dei solventi usati da Bp? «È un segreto di stato, non abbiamo la benché minima informazione », risponde l'esperto di tossicologia. «Ma una cosa la sappiamo bene: i solventi fanno uscire le componenti tossiche del petrolio più velocemente. Il risultato è che la tossicità del Golfo sta aumentando, ma senza lasciarci la possibilità di fare previsioni: questa è una casistica completamente nuova. Le conseguenze a lungo termine sono ignote». Ma lo scienziato texano rimarca: «Salvare le coste con i solventi è legittimo. Basta sapere che quei solventi sono già tossici da soli». E che il petrolio che le squadre di soccorso osservano dagli elicotteri è solo una minima parte di quello già uscito e che naviga perlopiù fra le nascoste correnti sottomarine.
Al termine del disastro di Ixtoc (294 giorni), si stima che finirono nel Golfo 3,5 milioni di barili di greggio. Secondo altre stime, il nuovo disastrodella Deepwater Horizon – un nome che doveva echeggiare alla conquista di nuovi orizzonti, ma che oggi risuona a dir poco sinistro – ha rilasciato finora mezzo milione di barili in 42 giorni. «Siamo molto, molto preoccupati –commenta ancora Kendall – non foss'altro perché non abbiamo idea di quando finirà. In ogni caso, la profondità della falla non depone bene per le conseguenze a lungo termine».
Il fatto che, finora, siano state trovate 227 tartarughe marine
ANSA
morte, non dice granché. «Sono a rischio loro, i delfini, i capodogli, gli squali, ma anche i granchi e le ostriche, e in generale molti anelli della catena alimentare del Golfo». In teoria (gli scienziati, si sa, devono prevedere anche il peggio) anche al di là del Golfo.
Proprio in questi giorni, a quelle latitudini è ufficialmente cominciata la stagione degli uragani. È solo una convenzione, perché gli uragani non hanno un calendario, ma colpiscono il Golfo e i Caraibi non appena comincia l'estate.
«Gli uragani fanno salire l'acqua del mare e la portano via – osserva Kendall – col risultato che il petrolio in superficie potrebbe essere trasportato anche molto lontano. Un uragano si farebbe beffa delle barriere protettive dislocate dalla Bp e dal governo per proteggere le coste. E difendere le paludi sul delta del Mississippi è estremamente difficile, proprio ora che inizia anche la stagione riproduttiva di molte specie». Ovviamente, si tratta solo di possibilità. Peccato che siano statisticamente alte.
Nel caso di fenomeni meteorologici turbolenti, prosegue, il vento,l'acqua e il petrolio«producono un'emulsione simile a una mousse di cioccolata». E il guaio non sta tanto in quegli uccelli con le piume bituminose che si vedono alla tivù, accuditi dai volontari che li ripuliscono. «Quell'emulsione è tossica per le piccole tartarughe, gli embrioni di pesce, le larve dei gamberetti. Per non parlare della vegetazione delle paludi».
«Ai tempi di Ixtoc –dice Wes Tunnell, un biologo marino che aveva già lavorato all'incidente del 1979 – gli organismi che vivono sui fondali marini si erano ridotti del 90%, innescando una migrazione delle altre specie. E siccome i piccoli animali si riproducono più velocemente di quelli grandi, nel giro di un anno o due, l'ecosistema era già tornato a posto». A un miglio di profondità, le cose sono molto meno semplici.
Nel Golfo del Messico una piattaforma petrolifera s'è incendiata ed è crollata in mare. Il sistema di sicurezza, il cosiddetto blowout preventer, non ha funzionato e decine di migliaia di barili di petrolio si stanno riversando in acqua.
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