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Venerdì 03 Settembre 2010 11:14 |
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Negli anni della crisi e delle pazzie energetiche, l'industria scopre quel giacimento nascosto rappresentato dall'efficienza: l'Autorità dell'energia ha stimato in 6 milioni di tonnellate il petrolio "ricavato" in cinque annidal giacimento virtuale del risparmio. Uno dei casi più recenti è quello della Peroni: con gli investimenti fatti insieme con la Siram (gruppo Veolia) l'azienda ha ridotto il contenuto di anidride carbonica della sua produzione. Attenzione, non si parla dell'anidride carbonica che caratterizza le bollicine festose delle birre Peroni (uno slogan della tv di molti anni fa era: «Bionda, fresca, spumeggiante ») bensì dell'anidride carbonica prodotta dai consumi energetici del ciclo produttivo. Dal 2007 al 2009 i birrifici di Roma e della controllata Saplo hanno risparmiato energia pari a 3.880 tonnellate di petrolio equivalenti o pari a 11mila tonnellate di anidride carbonica. La Siram ha progettato per il gruppo birraio una centrale di cogenerazione da 3 megawatt con ricupero termico di acqua e vapore e sta pensando a un'altra centrale elettrica ad alta efficienza per alimentare la fabbrica del malto.
Come ha fatto la Peroni con la Siram, molte aziende che s'impegnano sull'efficienza si rivolgono a società specializzate nella consulenza energetica. Spesso sono divisioni delle società di settore, come nel caso della Siram – che opera nei servizi energetici – o come ha fatto il gruppo Mapei di Giorgio Squinzi che si è rivolto all'Edison. In altri casi si ricorre alle cosiddette esco ( sigla di energy saving company), che fatturano sul risparmio energetico dei loro clienti e che quindi hanno tutto l'interesse a conseguire i risultati più efficienti. C'è chi istalla i pannelli fotovoltaici (lo ha fatto di recente perfino il Vaticano) e chi adotta sistemi elettronici per ridurre i consumi inutili dell'energia reattiva generata dai motori elettrici.
Secondo una ricerca condotta dall'Icim, una società di certificazione energetica e industriale promossa da alcune delle maggiori associazioni confindustriali relativa al 2009, «i principali driver per ridurre i consumi energetici – avverte il direttore Paolo Gianoglio – sono il risparmio economico, gli incentivi governativi e la responsabilità sociale. I principali freni sono invece di ordine economicofinanziario e burocratico ». Dalla ricerca dell'Icim emerge che tutte le aziende di questo comparto hanno almeno "preso in considerazione" una soluzione e l'88% ha effettivamente fatto qualcosa: il 64% ha cambiato fornitore di elettricità o gas, il 49% ha migliorato l'efficienza dei processi produttivi, il 34% ha migliorato l'efficienza degli edifici e l'11%ha installato un impianto per produrre energia da fonti rinnovabili. «Tra le aziende che hanno installato, pianificato, valutato e anche solo considerato di installare un impianto per produrre energia rinnovabile – ricorda Gianoglio – rientra quasi l'80% dell'intero comparto industriale: un'ulteriore conferma del grande fermento che circonda la produzione di energia da fonti rinnovabili nel nostro paese».
Qualche esempio tra mille? Fra i più recenti spicca per esempio l'esperienza di Intesa Sanpaolo, che con la Dnv ha conseguito la certificazione 16001 per il sistema di gestione dell'energia e ha ottimizzato i consumi in 160 filiali adottando pompe di calore invece delle vecchia caldaie sbuffanti e dei condizionatori ruggenti. Computer ad alta efficienza, lampade a basso consumo e altri dispositivi hanno migliorato i rendimenti. L'energy manager del gruppo bancario, Roberto Gerbo, osserva che «oltre l'80% dei consumi energetici della banca sono elettrici e derivano da attrezzature e dispositivi che, in alcuni casi, rimangono operativi 24 ore su 24 (bancomat, sistemi di sicurezza) o fuori dall'orario di lavoro (insegne), tanto da incidere sul totale dei consumi elettrici per circa il 40%». Il comune di Macerata invece si è rivolto alla Cofely (GdF Suez) per la gestione del servizio energia di 76 edifici di proprietà comunale: le caldaie saranno alimentate con metano e, dove possibile, saranno sostituite con impianti ad alto ed altissimo rendimento; saranno istallati nove sistemi solari termici. Il comune otterrà così un risparmio di mille megawattora l'anno, pari a circa il 9% dell'attuale fabbisogno. Le Cartiere del Garda, insieme con l'Ecol Studio, hanno ottenuto con il Tüv la certificazione 16001 che consentirà di ridurre del 5% i consumi.
Negli anni della crisi e delle pazzie energetiche, l'industria scopre quel giacimento nascosto rappresentato dall'efficienza: l'Autorità dell'energia ha stimato in 6 milioni di tonnellate il petrolio "ricavato" in cinque annidal giacimento virtuale del risparmio. Uno dei casi più recenti è quello della Peroni: con gli investimenti fatti insieme con la Siram (gruppo Veolia) l'azienda ha ridotto il contenuto di anidride carbonica della sua produzione.
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Martedì 31 Agosto 2010 10:57 |
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Si impenna l'inflazione a luglio registrando il rialzo più alto da dicembre 2008 con un impatto sui bilanci delle famiglie che rischia di essere pesante. Il mese scorso, secondo i dati Istat, l'indice dei prezzi al consumo è cresciuto dell'1,7%su base annua con un balzo significativo dall'1,3% di giugno. Una fiammata dovuta soprattutto ai rincari dei trasporti, mentre scendono gli alimentari. E le associazioni dei consumatori vanno all'attacco, paventando una stangata da oltre 500 euro annui per ogni famiglia
Dopo alcuni mesi di relativa stabilità, i prezzi sono tornati quindi a correre. Su base annua i rincari dei trasporti hanno toccato un +4,6%, accelerando rispetto al +3,7% di giugno. Si registrano impennate per i carburanti e lubrificanti (+10,6% tendenziale) con il prezzo della benzina verde a salito dell'8,9% annuo (+0,8% su base mensile) e quello del gasolio cresciuto del 13,2% (-0,3% congiunturale). In rialzo anche trasporti ferroviari (+9,6% su base annua, +0,1% congiunturale) e aerei (+8,2% tendenziale, +15,2% congiunturale). Crescono anche i pedaggi autostradali (+6,5% su base annua, +3,7% rispetto a giugno).
Se crescono i trasporti, diminuiscono alimentari e bevande analcoliche con una flessione dello 0,1% sia su base annua sia su base mensile. In particolare si registra una riduzione dei prezzi della frutta (-4,9% a livello tendenziale, -0,7% congiunturale).
Passando agli altri settori a luglio gli aumenti congiunturali più significativi sono stati registrati da abitazione, acqua, elettricità e combustibili (+0,8%), servizi ricettivi e di ristorazione (+ 0,5%); variazioni nulle si sono registrate nei capitoli abbigliamento e calzature, servizi sanitari e spese per la salute, istruzione; in calo, invece, le comunicazioni (-0,1%). Gli incrementi tendenziali più elevati si sono registrati per servizi (+3,4%) e istruzione (+2,5%); in calo comunicazioni (-1,3%).
Il balzo dell'inflazione, avvertono Adusbef e Federconsumatori «comporta ricadute di 510 euro annui per ogni famiglia ». Per le due associazioni si tratta di «un segnale di forte allarme», visto che «la crescita del tasso d'inflazione appare in piena contraddizione con gli indicatori della situazione economica del paese, tanto da destare forti dubbi circa la presenza di speculazioni, ancora più gravi e inaccettabili visto il disagio sempre più evidente delle famiglie ». Per questo urge «un blocco dei prezzi e delle tariffe, che peraltro dopo un 2009 già ricco di aumenti si prospettano a causa dei mancati trasferimenti agli enti locali forti lievitazioni in corso d'anno». Il Codacons chiede al governo di abbassare subito le accise su carburanti che continuano a salire, nonostante la discesa del greggio. Preoccupata è anche l'Adiconsum sia per i dati sul tasso d'inflazione sia per gli«aumenti a due cifre che rischiano di esserci nei settori dei servizi pubblici (acqua, rifiuti, trasporti, scuola) a seguito dei provvedimenti del governo ». Sulle tariffe, infatti, secondo l'associazione «si faranno sentire i tagli decisi dal governo nei confronti delle regioni e degli enti locali e che verranno trasferiti in parte sui consumatori con un aumento del costo dei servizi».
Marika Gervasio
Si impenna l'inflazione a luglio registrando il rialzo più alto da dicembre 2008 con un impatto sui bilanci delle famiglie che rischia di essere pesante. Il mese scorso, secondo i dati Istat, l'indice dei prezzi al consumo è cresciuto dell'1,7%su base annua con un balzo significativo dall'1,3% di giugno. Una fiammata dovuta soprattutto ai rincari dei trasporti, mentre scendono gli alimentari. E le associazioni dei consumatori vanno all'attacco, paventando una stangata da oltre 500 euro annui per ogni famiglia.
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Lunedì 30 Agosto 2010 10:53 |
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Tariffe alle stelle. Nel 2009, anno nel quale gli italiani hanno tirato la cinghia riducendo i consumi e nel quale i prezzi sono aumentati meno che negli ultimi cinquant'anni, i bilanci delle famiglie italiane comunque sono stati colpiti dall'aumento delle tariffe. «In controtendenza rispetto all'evoluzione dell'inflazione complessiva, i costi dei servizi pubblici hanno fornito al sistema impulsi inflazionistici di una certa rilevanza».
È questo il quadro poco incoraggiante che emerge dalla Relazione sulla situazione economica del Paese del ministero dell'Economia. Tra gli aumenti più consistenti quelli per le tariffe dell'acqua potabile (+5,9%) e dei rifiuti (+4,5%).
«Tra le voci più importanti per i bilanci delle famiglie – si legge nel dossier del ministero dell'Economia – la dinamica inflazionistica si è confermata notevolmente sostenuta, oltre che in accelerazione, per gli esborsi relativi all'acqua potabile e ai costi della raccolta dei rifiuti urbani».
Nell'ambito dei trasporti, più cari anche i biglietti dei treni e dei traghetti. Se in generale «nel 2009 l'inflazione è scesa ad un valore tra i più bassi – evidenzia il ministero dell'Economia – degli ultimi cinquant'anni », le tariffe hanno viaggiato «in controtendenza ». I prezzi delle voci sottoposte a regolamentazione (tariffe energetiche escluse) «hanno infatti registrato fin dall'inizio dell'anno – si legge nella Relazione di via XX Settembre – una ripresa della dinamica di crescita, con tassi saliti da poco meno del 2% al 3,5% circa di fine 2009».
Il rincaro delle tariffe ha riguardato sia quelle «controllate a livello nazionale, sia quelle regolate localmente». Se l'aumento generale può risultare contenuto (+1,3%) perchè comprensivo del calo delle tariffe energetiche, spiccano gli aumenti di molte delle voci: dal +7,3% dei traghetti al +4,6% dei biglietti dei treni, dal +5,6% dei servizi postali fino al +4,4% per i biglietti di ingresso ai musei.
Nella media del 2009, la crescita dei prezzi per l'insieme delle tariffe non energetiche è stata del 2,5%, in aumento rispetto al 2,1% del 2008 e oltre un punto e mezzo più elevata – rileva il ministero – rispetto a quella dell'indice generale.
R.E.
Tariffe alle stelle. Nel 2009, anno nel quale gli italiani hanno tirato la cinghia riducendo i consumi e nel quale i prezzi sono aumentati meno che negli ultimi cinquant'anni, i bilanci delle famiglie italiane comunque sono stati colpiti dall'aumento delle tariffe. «In controtendenza rispetto all'evoluzione dell'inflazione complessiva, i costi dei servizi pubblici hanno fornito al sistema impulsi inflazionistici di una certa rilevanza».
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Sabato 28 Agosto 2010 10:44 |
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Dare vita a una filiera energetica per la produzione di biomasse con il duplice obiettivo di riconvertire una serie di colture oggi non più economicamente vantaggiose e di sfruttare le potenzialità dell'oleificio che si trova nella Zona industriale dell'Aussa-Corno, a San Giorgio di Nogaro (Ud). Il progetto, che ha un valore compreso entro i 10 milioni, lo sta preparando la Confagricoltura del FriuliVenezia Giulia, la quale, nel chiedere il sostegno della Regione, auspica un coinvolgimento diretto di Friulia nell'operazione.
«La finanziaria regionale potrebbe supportare la start up dell'iniziativa, uscendo poi nel medio termine dalla partita – spiega Giorgio Colutta, presidente di Confagricoltura Fvg –. Le aziende interessate a dare vita a una filiera che permetta dapprima di produrre e, poi, di bruciare le biomasse, sono una decina».
Sulla possibilità che Friulia giochi questa partita, però, restano dei punti interrogativi. Il primo, e più rilevante, è connesso alla necessità che venga modificato lo statuto della holding per consentirle di acquisire eventuali partecipazioni azionarie di aziende agricole. Su questo fronte, l'assessore regionale all'Agricoltura, Claudio Violino, intervenuto lo scorso giugno all'assemblea di Confagricoltura, aveva affermato che avrebbe portato in giunta una proposta di modifica dello statuto.
Da parte sua, la proprietà dell'oleificio, si dice «pronta a confrontarsi su iniziative di sviluppo industriale legate alla green economy», e ricorda che a margine dell'impianto esistono ancora 70mila metri quadrati di terreni da sfruttare per possibili ampliamenti. Colutta, tuttavia, nell'incontro che dopo l'estate avrà con i vertici regionali, non chiederà un coinvolgimento esclusivamente in ordine a Friulia. «La Regione – afferma – ha gli strumenti e le risorse per favorire una riconversione delle coltura, agevolando con opportune incentivazioni le produzioni funzionali al mercato delle biomasse. Se ci si orientasse in questa direzione sarebbero decine di migliaia gli ettari di seminativo che potrebbero vedere rilanciata la loro capacità di generare reddito».
Per la filiera che graviterebbe sull'oleificio si parla di circa 30mila ettari che potrebbero, a regime, produrre biomasse per l'impianto industriale, il quale a sua volta, fa notare Confagricoltura, con il biodiesel ottenuto riuscirebbe ad alimentare una quota importante della produzione energetica della stessa zona industriale.
Secondo gli agricoltori, inoltre, la Regione dovrebbe coinvolgere nel progetto anche l'Ersa, l'ente regionale per lo sviluppo agricolo, almeno nella fase sperimentale, per definire su quali colture le aziende agricole dovrebbero orientarsi al fine di ottenere rese efficienti.
Nicola Comelli
Dare vita a una filiera energetica per la produzione di biomasse con il duplice obiettivo di riconvertire una serie di colture oggi non più economicamente vantaggiose e di sfruttare le potenzialità dell'oleificio che si trova nella Zona industriale dell'Aussa-Corno, a San Giorgio di Nogaro (Ud). Il progetto, che ha un valore compreso entro i 10 milioni, lo sta preparando la Confagricoltura del FriuliVenezia Giulia, la quale, nel chiedere il sostegno della Regione, auspica un coinvolgimento diretto di Friulia nell'operazione.
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Martedì 17 Agosto 2010 14:48 |
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Da tempo il tema della gestione e dello smaltimento rifiuti in molti comuni d'Italia è un campo minato. Il caso Sicilia con Palermo in testa, dove da settimane è scattato il campanello d'allarme, è solo la ciliegina sulla torta. Rispetto al resto d'Europa, in Italia dove il business, oggi in capo ai Comuni, è stato liberalizzato rimane forte l'esigenza di adeguare la gestione dei rifiuti agli standard europei, sebbene tra il 1996 e il 2007 la spesa complessiva per investimenti nel settore dei rifiuti sia salita a 8,8 miliardi di euro con un trend in sostenuta accelerazione (Cagr del 6,4%), ben al di sopra a quello realizzato dall'aggregato della spesa per investimenti della pubblica amministrazione allargata.
È stato stimato un fabbisogno pari a 11-12 miliardi di euro per la realizzazione di circa 100 nuovi impianti di termovalorizzazione in uno scenario compatibile con l'obiettivo europeo di arrivare al 2012 con una raccolta differenziata al 65%. Insomma, c'è ancora molto da fare in un mercato dalle potenzialità elevate per chi fa questo business. Di forte interesse è il tema della raccolta differenziata che nel 2008 a livello nazionale ha raggiunto il 30,6% della produzione di RU (riufiuti urbani), in sensibile crescita rispetto al 2007.
Nel periodo 2004-2008 il mercato della raccolta differenziata del Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche o semplicemente rifiuti elettronici) ha registrato una crescita del 110 per cento. Nel 2009, sono stati raccolti in media 3,21 chilogrammi pro-capite di rifiuti elettrici ed elettronici per un totale di 193 milioni (il triplo rispetto al 2008). E secondo le direttive europee tali indicatori sono destinati a raddoppiare.
Per le aziende quotate ci sono opportunità anche se il settore almeno a Piazza Affari è poco rappresentato. L'attività di raccolta e smaltimento rifiuti solo marginalmente viene fatta delle multiutilities. Per esempio, per una società come Hera ,
l'area ambiente (dove c'è appunto la raccolta e lo smaltimento rifiuti) rappresenta il 14,2% dei ricavi. Tra le small cap c'è il gruppo Biancamano,
specializzato al 100% in questa attività. Ma il settore presenta potenzialità in Borsa? Occhi puntati, in particolare, sull'italiana Biancamano, considerando che da inizio anno il titolo perde il 5,72% e da tre anni quasi il 53%?
Rispetto ai due principali indici mondiali del settore che da inizio anno perdono rispettivamente il -6,4% (Djt World Waste & Disposal) e il -9,26% (World-DS Waste & Disposal) nel 2010 è andata meglio: diversa la prospettiva se l'orizzonte si sposta a tre anni (gli stessi indici sono rispettivamente a quota - 14,9% e -24,6%). Ma guardando le performance borsistiche devono recuperare terreno anche big come la francese Veolia, la finlandese
Lassila & Tikanoja e la britannica Shanks.
Secondo uno studio condotto dalla società IRTop
in cui sono state analizzate otto società simili sia per modello di business sia per attività svolta (si veda la tabella in pagina) in base ai principali indicatori economici e finanziari (dell'anno 2009 e del primo trimestre 2010), le potenzialità ci sono ma soprattutto la piccola Biancamano sconta il fatto di avere un bassissima capitalizzazione. «Sul campione dello studio – spiega Anna Lambiase, ad di IRTop – l'up-side medio rispetto al target price è del 21% dagli attuali corsi delle azioni; su Biancamano è di oltre il 100% rispetto alla media dei tre studi di copertura di Intermonte, Integrae e Imi (media target price 2,8 contro un prezzo di chiusura del titolo ad oggi di 1,3). L'andamento negativo del titolo indubbiamente sconta una limitata capitalizzazione, tuttavia non appare consono ai risultati di bilancio, tutti positivi, in linea con gli obiettivi dichiarati».
Lucilla Incorvati
Da tempo il tema della gestione e dello smaltimento rifiuti in molti comuni d'Italia è un campo minato. Il caso Sicilia con Palermo in testa, dove da settimane è scattato il campanello d'allarme, è solo la ciliegina sulla torta. Rispetto al resto d'Europa, in Italia dove il business, oggi in capo ai Comuni, è stato liberalizzato rimane forte l'esigenza di adeguare la gestione dei rifiuti agli standard europei, sebbene tra il 1996 e il 2007 la spesa complessiva per investimenti nel settore dei rifiuti sia salita a 8,8 miliardi di euro con un trend in sostenuta accelerazione (Cagr del 6,4%), ben al di sopra a quello realizzato dall'aggregato della spesa per investimenti della pubblica amministrazione allargata.
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Lunedì 16 Agosto 2010 16:43 |
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Su quel giacimento, inaspettato e potenzialmente ricchissimo, vogliono mettere le mani tutti. A cominciare da Israele, che ne rivendica la proprietà (ha già concesso le licenze) e vede nel suo sfruttamento la soluzione per affrancarsi dal giogo della dipendenza energetica. Ne esige una parte anche il governo del vicino Libano, di fatto ancora in guerra con Israele e affossato da un ingombrante debito pubblico. Più timidamente, anche Cipro vuole entrare nella partita.
In questo angolo del Medio Oriente, dove le dispute sui confini non sono state ancora appianate, un ricco giacimento di gas può rivelarsi un'arma a doppio taglio. E il maxigiacimento di Leviathanil più grande mai scoperto nel Mediterraneo, 130 chilometri dalle coste di Haifa - potrebbe innescare una pericolosa escalation tra Beirut e Gerusalemme. Le reciproche accuse tra i due governi nell'ultimo mese non sono segnali incoraggianti. Per qualche analista, di questo passo, i giacimenti contesi potrebbero trasformarsi nel casus belli di un nuovo confronto militare con Hezbollah.
La posta in gioco, d'altronde, è altissima. Il valore dei giacimenti di Dalit, Tamar e Leviathan si aggira sui 100 miliardi di dollari. Il governo israeliano è consapevole di un fatto: il fabbisogno energetico registrerà un'impennata verticale nei prossimi anni. Lo ha illustrato bene Shuki Stern il direttore dell'Autorità israeliana del gas, quando, lo scorso 14 giugno, ha diffuso le nuove stime sui consumi: la domanda interna di gas dovrebbe raddoppiare dagli attuali 5 miliardi di metri cubi a 10 nel 2020, per poi salire a 15 nel 2029. Il tallone d'Achille di Israele è proprio l'energia.Già nei primi anni 70 l'allora premier Golda Meir ironizzò sulla peculiarità del territorio dello stato ebraico «Consentitemi di dirvi una cosa che noi israeliani rimproveriamo a Mosé. Impiegò 40 anni per attraversare il deserto e darci alla fine il solo fazzoletto di terra in Medio Oriente che non ha petrolio».
Israele ha dunque fatto di tutto per garantirsi le provvigioni di gas. Facendo dell'Egitto, paese con cui nel 1979 ha firmato un trattato di pace, il maggiore fornitore. Ma l'Egitto è un gigante dai piedi di argilla, al cui interno il risentimento contro Israele, guidato dal movimento dei Fratelli musulmani, è forte. Il gasdotto che attraversa il Sinai, peraltro, è stato spesso minacciato dai gruppi estremisti. Ed ecco che arriva l'imponderabile. Tra gennaio e febbraio del 2009 un consorzio in cui figurano alcune compagnie israeliane e l'americana Noble Energy annuncia la scoperta del giacimento di Tamar (la licenza per l'esplorazione risale al 2000). Si tratta della più grande ritrovamento di gas del 2009 sufficiente a coprire i consumi israeliani di gas per 35 anni.
Beirut comincia ad avanzare qualche pretesa. Ma di gas, in quell'area, sembra esservene di più. Il 3 giugno del 2010 il clamoroso annuncio: Noble Energy calcola in 453 miliardi di metri cubi le riserve del giacimento di Leviathan e 228 miliardi quelle di Tamar (dove è stato ritrovato anche del petrolio). Noble ha una quota del 40%, e tra gli altri azionisti figura l'israeliana Delek. Sull'onda dell'entusiasmo l'ad di Noble, Charles D. Davidson, dichiara: «Crediamo che supereremo quanto richiesto dal mercato interno». Isaac Tshuva, il tycoon israeliano padrone della Delek, è andato oltre: «Questo è un giorno di festa per tutto lo stato di Israele. Energia nostra sufficiente per 100 anni ».Forse troppo.Ma non c'è dubbio che, se debitamente sfruttati (la percentuale di successo è del 50%), i giacimenti, che dovrebbero cominciare a produrre entro il 2012, apporteranno un grande cambiamento all'economia israeliana accelerando il processo per ridurre l'uso del carbone,che oggi genera il 60% dell'elettricità.
Libano permettendo. Perché Beirut non vuole sentire ragioni. Tre giorni dopo l'annuncio sulle riserve di Leviathan, Hashem Safieddine, il capo del Consiglio esecutivo del movimento sciita Hezbollah, ribatte: il nostro movimento «non permetterà a Israele di saccheggiare le risorse di gas libanesi ». Il giorno dopo il ministro libanese dell'Energia,Gebran Bassil, esce allo scoperto: «Non permetteremo a Israele e a qualsiasi compagnia che lavora per i suoi interessi di estrarre gas che rientra nel nostro territorio». Infine venerdì scorso prende la parola il portavoce del Parlamento, Nabih Berri. Politico scaltro, vicino agli Hezbollah, Berri prima appoggia l'idea di Bassil per approvare urgentemente una legge sugli idrocarburi al fine di concedere le licenze di sfruttamento del gas, poi precisa: «Israele sta ignorando un fatto, cioè che, secondo le mappe, il giacimento si trova anche nelle acque territoriali del Libano». Ma quali mappe? Il ministro israeliano delle infrastrutture Uzi Landau avverte che Gerusalemme difenderà i suoi giacimenti, anche con la forza. «Israele non può fare a meno di minacciare e spaventare i libanesi», ha replicato il premier libanese, Saad Hariri, nel weekend.
Al telefono con il Sole 24 Ore il ministro Landau è irremovibile: «In conformità con le leggi internazionali questi giacimenti si trovano nella zona economica di Israele.
Quando abbiamo assegnato le licenze per l'esplorazione (Leviathan fu assegnato nel 2003, ndr) i nostri legali hanno rispettato tutte le procedure. Nessuno si è lamentato. Ma una volta trovato il gas ecco che il Libano rivendica qualcosa che è nostro.Dietro il Libano c'è la Siria. Se minacciati non escludiamo nulla per difendere la nostra sovranità, neanche l'uso della forza. Questi giacimenti sono parte del nostro territorio. Sono un asset strategico».
In mezzo Cipro. Gerusalemme e Nicosia starebbero lavorando su un accordo per definire i confini marittimi fissandoli a circa 200 chilometri dalle rispettive coste. «Stiamo portando avanti il dialogo con Cipro per raggiungere un accordo, basato sulla pratica internazionale e sulle relazioni di buon vicinato», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Yigal Palmor. Una volta fissati i confini, Cipro potrebbe concedere licenze per accertarsi se il giacimento si estende nelle sue acque.
La situazione è tuttavia molto complessa. Israele spesso parla di giacimenti nella sua zona esclusiva economica (che tuttavia, pur avendone diritto, non ha dichiarato) e non di acque territoriali. Le rivendicazioni del Libano sono però complesse perché il suo confine con Israele è molto frastagliato, rendendo difficile,in mare,stabilire dove finisce l'uno e inizia l'altro, ha spiegato a Bloomberg Robbie Sable, professore di diritto internazionale a Gerusalemme.
I timori di Beirut potrebbero avere qualche fondamento. Ancor più del petrolio, i giacimenti di gas non sono compartimenti stagni. Quindi, se un giacimento si estende sul territorio di due stati, chi lo estrae per primo potrebbe "succhiare" parte di quello del secondo. «Un argomento fonte di molti attriti nel passato in diverse aree del mondo - ci spiega Leonidas Drollas, capo economista del Centre for Energy Studies- che risale alle esplorazioni di inizio secolo nel Texas; chi arrivava per primo aveva più possibilità. Il giacimento più grande del mondo, tra Iran e Qatar è un caso emblematico. Il Qatar ha iniziato prima le estrazioni ed ha tecnologie all'avanguardia: sta producendo più gas. La soluzione migliore è un accordo per dividere i profitti». Quello che starebbero facendo Cina e Giappone per sfruttare il grande giacimento delle isole Senkaku. Ma anche se il giacimento di Leviathan si estendesse nelle acque libanesi, è improbabile che Israele e Libano facciano lo stesso. Per Hezbollah, accusato da Israele di aver rafforzato il suo arsenale dotandosi di missili Scud, i pretesti per riaprire le ostilità non mancano. E un giacimento di gas, così ricco, può rappresentare l'ultimo, ottimo pretesto.
Roberto Bongiorni
Su quel giacimento, inaspettato e potenzialmente ricchissimo, vogliono mettere le mani tutti. A cominciare da Israele, che ne rivendica la proprietà (ha già concesso le licenze) e vede nel suo sfruttamento la soluzione per affrancarsi dal giogo della dipendenza energetica. Ne esige una parte anche il governo del vicino Libano, di fatto ancora in guerra con Israele e affossato da un ingombrante debito pubblico. Più timidamente, anche Cipro vuole entrare nella partita.
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Martedì 03 Agosto 2010 12:00 |
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Un'operazione dalla valenza industriale ma anche finanziaria. Con la cessione da parte di Hera del 20% di Herambiente al fondo infrastrutturale Eiser, l'utility ha centrato una serie di obiettivi cruciali per il futuro della società. Innanzitutto ha selezionato un partner che può assicurare appoggio sul piano strategico, Eiser già possiede il 33,3% di uno dei principali operatori diwaste management della Gran Bretagna, ossia Cory Environmental, e quindi può apportare al progetto il know how sviluppato nel corso degli anni con l'esperienza inglese.
L'arrivo del nuovo azionista è inoltre anche una garanzia sul fronte finanziario. L'ingresso del fondo infrastrutture è una sorta di assicurazione futura nel caso in cui l'azienda decida di consolidare ulteriormente la posizione di leader del settore in Italia, che si fonda su una rete che copre l'intero ciclo del trattamento e recupero dei rifiuti, ad eccezione della raccolta, attraverso 77 impianti di cui 7 siti Wte (Waste to energy), 11 discariche ed una capacità installata per il recupero energetico superiore a 110 megawatt. Di certo, se Herambiente decidesse di aumentare ulteriormente la massa critica l'appoggio economico del nuovo partner non mancherebbe.
Va detto che anche il fondo F2i aveva presentato un'offerta per il 20% di Herambiente mettendo tra l'altro sul piatto una somma più importante rispetto a quella offerta da Eiser, che nonostante ciò ha prevalso. Il motivo? Questioni di governance. La società inglese si è accontenta di un diritto di veto solo su alcune operazioni altamente strategiche e di due rappresentanti senza deleghe nel consiglio di amministrazione di Herambiente (composto di otto membri) mentre il fondo guidato da Vito Gamberale, come da tradizione, ha chiesto di poter formalmente contare nella gestione della società. Aspetto che, per la scelta finale, si è rivelato dirimente.
Tornando all'operazione, la vendita della quota ad Eiser ha comunque un impatto assai rilevante sui risultati di Hera. La cessione del 20% di Herambiente, alla quale si aggiunge un'opzione per la dismissione di un ulteriore 5% entro l'anno,sulla base di una valutazione implicita per il 100% del capitale di 528 milioni, porterà nelle casse dell'utility complessivamente 105,6 milioni di euro (valore soggetto ad aggiustamento di prezzo al closing in base alla variazione della posizione finanziaria netta rispetto al 31 dicembre 2009). A questa somma va aggiunta anche la plusvalenza che Hera iscriverà a bilancio. Stando alle prime valutazioni, la cifra dovrebbe essere compresa tra i 50 e i 60 milioni. Numeri che il mercato auspica possano presto trasformarsi in un premio per gli azionisti sottoforma di dividendo, magari con una cedola più ricca che in passato.
Nell'operazione Hera è stata assistita da Lazard & Co. in qualità di advisor finanziario, e da LS Lexjus Sinacta e Dewey & LeBoeuf come consulenti legali, Eiser da Citi in qualità di advisor finanziario e da Latham & Watkins come consulenti legali.
Un'operazione dalla valenza industriale ma anche finanziaria. Con la cessione da parte di Hera del 20% di Herambiente al fondo infrastrutturale Eiser, l'utility ha centrato una serie di obiettivi cruciali per il futuro della società. Innanzitutto ha selezionato un partner che può assicurare appoggio sul piano strategico, Eiser già possiede il 33,3% di uno dei principali operatori diwaste management della Gran Bretagna, ossia Cory Environmental, e quindi può apportare al progetto il know how sviluppato nel corso degli anni con l'esperienza inglese.
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Lunedì 02 Agosto 2010 15:27 |
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Veicoli elettrici per consegnare la posta senza inquinare. È l'oggetto del protocollo d'intesa siglato da Enel e Poste italiane. Un progetto pilota per Pisa, Roma e Milano. Poste Italiane adotterà nove veicoli elettrici che faranno il pieno di elettricità nelle infrastrutture di ricarica che Enel installerà nel Centro di distribuzione primaria di Pisa Ospedaletto. A Pisa è in corso l'installazione dei primi 56 punti pubblici di ricarica Enel.
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