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In conferenza dei servizi sprint sui permessi «verdi» PDF Stampa E-mail
normativa
Mercoledì 18 Agosto 2010 14:59
I primi effetti positivi, gli addetti ai lavori hanno già avuto modo di sperimentarli nelle conferenze dei servizi attualmente in corso. Il principio del silenzio assenso esteso al parere delle autorità competenti sulla tutela ambientale – insieme alla responsabilità per i funzionari introdotta dal Dl 78/ 2010 –promette di essere un potente acceleratore per l'istituto. Nel settore immobiliare, la conferenza dei servizi entra in gioco in diverse situazioni: – la procedura del cosiddetto sportello unico (articolo 5, Dpr 447/98) che si avvale della conferenza per l'adozione delle varianti urbanistiche finalizzate alla realizzazione di insediamenti produttivi; – la disciplina dell'autorizzazione all'apertura delle grandi strutture di vendita che passa attraverso la decisiva conferenza in sede regionale; – i procedimenti per la realizzazione delle opere pubbliche che grazie all'istituto coordinano le competenze delle diverse amministrazioni coinvolte specie nella realizzazione delle infrastrutture a rete.
Le modifiche introdotte dal Dl sono volte a semplificare la disciplina della conferenza, accelerandone la conclusione che, deve intervenire entro 90 giorni dalla prima riunione (salva sospensione fino della durata massima di 120 giorni solo per i progetti soggetti a valutazione di impatto ambientale, Via). In primo luogo, il decreto legge modifica l'articolo 14, comma 1, della legge 241/90, rimettendo alla discrezionalità della pubblica amministrazione la decisione di convocare la conferenza di servizi istruttoria (che, diversamente dalla decisoria, si limita ad acquisire le indicazioni delle diverse amministrazioni interessate al procedimento, senza concludersi con un provvedimento sostitutivo delle determinazioni degli enti partecipanti), evitando che la mancata adozione di tale modulo procedurale – prima del Dl da indirsi "di regola" – possa formare oggetto di sindacato da parte del giudice amministrativo.
La modifica all'articolo 14-ter (lavori della conferenza di servizi) della legge 241 prevede poi due importanti semplificazioni procedurali: la prima impone alla soprintendenza di esprimere l'autorizzazione paesaggistica, ove richiesta, un'unica volta e in via definitiva in seno alla conferenza di servizi. La seconda attiene al rapporto tra Vas ( valutazione ambientale strategica, che interessa soprattutto le varianti urbanistiche) e Via (che riguarda l'approvazione dei progetti), prevedendo che i risultati e le prescrizioni conseguiti nell'ambito della Vas devono essere utilizzati senza modifiche ai fini della Via.
Sempre rispetto alla procedura, viene quindi modificato il comma 7 dell'articolo 14-ter, nel senso di considerare acquisito anche il parere delle amministrazioni preposte alla tutela della salute, della pubblica incolumità e dell'ambiente nei casi in cui il relativo rappresentante non abbia espresso definitivamente la volontà della propria amministrazione in sede di conferenza. Dalla previsione restano tuttavia esclusi i provvedimenti in materia di Via, Vas e Aia (autorizzazione integrata ambientale). Qualora la Via di competenza statale ritardi, il decreto introduce comunque la possibilità di chiedere l'intervento sostitutivo del consiglio dei ministri per consentire la conclusione dei lavori della conferenza entro un termine ragionevole.
In via generale, viene inoltre fissato un importante elemento di responsabilità dei funzionari pubblici, prevedendosi che la mancata partecipazione alla conferenza di servizi ovvero la ritardata o mancata adozione della determinazione motivata di conclusione del procedimento siano valutate ai fini della responsabilità dirigenziale o disciplinare e amministrativa, nonché ai fini dell'attribuzione della retribuzione di risultato. Resta comunque salvo il diritto del privato di dimostrare il danno derivante dalla mancata osservanza del termine di conclusione del procedimento.
Questa disposizione –unitamente al termine di 90 giorni entro cui la conferenza va chiusa e alla previsione per cui «il dissenso di uno o più rappresentanti delle amministrazioni, regolarmente convocate alla conferenza di servizi, a pena di inammissibilità, deve essere manifestato nella conferenza di servizi» (previsione peraltro estesa dal Dl anche alle amministrazioni preposte alla tutela ambientale) – nella prassi si è già dimostrata decisiva per accelerare la definizione dei procedimenti pendenti.
Il comma 4,infine,modifica l'articolo 29, comma 2-ter della legge 241 al fine a rendere omogenea sul territorio nazionale la disciplina della conferenza di servizi, facendola rientrare nei livelli essenziali delle prestazioni di cui all'articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione.
Guido A. Inzaghi
I primi effetti positivi, gli addetti ai lavori hanno già avuto modo di sperimentarli nelle conferenze dei servizi attualmente in corso. Il principio del silenzio assenso esteso al parere delle autorità competenti sulla tutela ambientale – insieme alla responsabilità per i funzionari introdotta dal Dl 78/ 2010 –promette di essere un potente acceleratore per l'istituto. Nel settore immobiliare, la conferenza dei servizi entra in gioco in diverse situazioni: – la procedura del cosiddetto sportello unico (articolo 5, Dpr 447/98) che si avvale della conferenza per l'adozione delle varianti urbanistiche finalizzate alla realizzazione di insediamenti produttivi; – la disciplina dell'autorizzazione all'apertura delle grandi strutture di vendita che passa attraverso la decisiva conferenza in sede regionale; – i procedimenti per la realizzazione delle opere pubbliche che grazie all'istituto coordinano le competenze delle diverse amministrazioni coinvolte specie nella realizzazione delle infrastrutture a rete.
 
Il business dei rifiuti non è da scartare PDF Stampa E-mail
rifiuti
Martedì 17 Agosto 2010 14:48
Da tempo il tema della gestione e dello smaltimento rifiuti in molti comuni d'Italia è un campo minato. Il caso Sicilia con Palermo in testa, dove da settimane è scattato il campanello d'allarme, è solo la ciliegina sulla torta. Rispetto al resto d'Europa, in Italia dove il business, oggi in capo ai Comuni, è stato liberalizzato rimane forte l'esigenza di adeguare la gestione dei rifiuti agli standard europei, sebbene tra il 1996 e il 2007 la spesa complessiva per investimenti nel settore dei rifiuti sia salita a 8,8 miliardi di euro con un trend in sostenuta accelerazione (Cagr del 6,4%), ben al di sopra a quello realizzato dall'aggregato della spesa per investimenti della pubblica amministrazione allargata.
È stato stimato un fabbisogno pari a 11-12 miliardi di euro per la realizzazione di circa 100 nuovi impianti di termovalorizzazione in uno scenario compatibile con l'obiettivo europeo di arrivare al 2012 con una raccolta differenziata al 65%. Insomma, c'è ancora molto da fare in un mercato dalle potenzialità elevate per chi fa questo business. Di forte interesse è il tema della raccolta differenziata che nel 2008 a livello nazionale ha raggiunto il 30,6% della produzione di RU (riufiuti urbani), in sensibile crescita rispetto al 2007.
Nel periodo 2004-2008 il mercato della raccolta differenziata del Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche o semplicemente rifiuti elettronici) ha registrato una crescita del 110 per cento. Nel 2009, sono stati raccolti in media 3,21 chilogrammi pro-capite di rifiuti elettrici ed elettronici per un totale di 193 milioni (il triplo rispetto al 2008). E secondo le direttive europee tali indicatori sono destinati a raddoppiare.
Per le aziende quotate ci sono opportunità anche se il settore almeno a Piazza Affari è poco rappresentato. L'attività di raccolta e smaltimento rifiuti solo marginalmente viene fatta delle multiutilities. Per esempio, per una società come Hera ,
l'area ambiente (dove c'è appunto la raccolta e lo smaltimento rifiuti) rappresenta il 14,2% dei ricavi. Tra le small cap c'è il gruppo Biancamano,
specializzato al 100% in questa attività. Ma il settore presenta potenzialità in Borsa? Occhi puntati, in particolare, sull'italiana Biancamano, considerando che da inizio anno il titolo perde il 5,72% e da tre anni quasi il 53%?
Rispetto ai due principali indici mondiali del settore che da inizio anno perdono rispettivamente il -6,4% (Djt World Waste & Disposal) e il -9,26% (World-DS Waste & Disposal) nel 2010 è andata meglio: diversa la prospettiva se l'orizzonte si sposta a tre anni (gli stessi indici sono rispettivamente a quota - 14,9% e -24,6%). Ma guardando le performance borsistiche devono recuperare terreno anche big come la francese Veolia, la finlandese
Lassila & Tikanoja e la britannica Shanks.
Secondo uno studio condotto dalla società IRTop
in cui sono state analizzate otto società simili sia per modello di business sia per attività svolta (si veda la tabella in pagina) in base ai principali indicatori economici e finanziari (dell'anno 2009 e del primo trimestre 2010), le potenzialità ci sono ma soprattutto la piccola Biancamano sconta il fatto di avere un bassissima capitalizzazione. «Sul campione dello studio – spiega Anna Lambiase, ad di IRTop – l'up-side medio rispetto al target price è del 21% dagli attuali corsi delle azioni; su Biancamano è di oltre il 100% rispetto alla media dei tre studi di copertura di Intermonte, Integrae e Imi (media target price 2,8 contro un prezzo di chiusura del titolo ad oggi di 1,3). L'andamento negativo del titolo indubbiamente sconta una limitata capitalizzazione, tuttavia non appare consono ai risultati di bilancio, tutti positivi, in linea con gli obiettivi dichiarati».
Lucilla Incorvati
Da tempo il tema della gestione e dello smaltimento rifiuti in molti comuni d'Italia è un campo minato. Il caso Sicilia con Palermo in testa, dove da settimane è scattato il campanello d'allarme, è solo la ciliegina sulla torta. Rispetto al resto d'Europa, in Italia dove il business, oggi in capo ai Comuni, è stato liberalizzato rimane forte l'esigenza di adeguare la gestione dei rifiuti agli standard europei, sebbene tra il 1996 e il 2007 la spesa complessiva per investimenti nel settore dei rifiuti sia salita a 8,8 miliardi di euro con un trend in sostenuta accelerazione (Cagr del 6,4%), ben al di sopra a quello realizzato dall'aggregato della spesa per investimenti della pubblica amministrazione allargata.
 
Israele e Libano alla guerra del gas PDF Stampa E-mail
energia
Lunedì 16 Agosto 2010 16:43
Su quel giacimento, inaspettato e potenzialmente ricchissimo, vogliono mettere le mani tutti. A cominciare da Israele, che ne rivendica la proprietà (ha già concesso le licenze) e vede nel suo sfruttamento la soluzione per affrancarsi dal giogo della dipendenza energetica. Ne esige una parte anche il governo del vicino Libano, di fatto ancora in guerra con Israele e affossato da un ingombrante debito pubblico. Più timidamente, anche Cipro vuole entrare nella partita.
In questo angolo del Medio Oriente, dove le dispute sui confini non sono state ancora appianate, un ricco giacimento di gas può rivelarsi un'arma a doppio taglio. E il maxigiacimento di Leviathanil più grande mai scoperto nel Mediterraneo, 130 chilometri dalle coste di Haifa - potrebbe innescare una pericolosa escalation tra Beirut e Gerusalemme. Le reciproche accuse tra i due governi nell'ultimo mese non sono segnali incoraggianti. Per qualche analista, di questo passo, i giacimenti contesi potrebbero trasformarsi nel casus belli di un nuovo confronto militare con Hezbollah.
La posta in gioco, d'altronde, è altissima. Il valore dei giacimenti di Dalit, Tamar e Leviathan si aggira sui 100 miliardi di dollari. Il governo israeliano è consapevole di un fatto: il fabbisogno energetico registrerà un'impennata verticale nei prossimi anni. Lo ha illustrato bene Shuki Stern il direttore dell'Autorità israeliana del gas, quando, lo scorso 14 giugno, ha diffuso le nuove stime sui consumi: la domanda interna di gas dovrebbe raddoppiare dagli attuali 5 miliardi di metri cubi a 10 nel 2020, per poi salire a 15 nel 2029. Il tallone d'Achille di Israele è proprio l'energia.Già nei primi anni 70 l'allora premier Golda Meir ironizzò sulla peculiarità del territorio dello stato ebraico «Consentitemi di dirvi una cosa che noi israeliani rimproveriamo a Mosé. Impiegò 40 anni per attraversare il deserto e darci alla fine il solo fazzoletto di terra in Medio Oriente che non ha petrolio».
Israele ha dunque fatto di tutto per garantirsi le provvigioni di gas. Facendo dell'Egitto, paese con cui nel 1979 ha firmato un trattato di pace, il maggiore fornitore. Ma l'Egitto è un gigante dai piedi di argilla, al cui interno il risentimento contro Israele, guidato dal movimento dei Fratelli musulmani, è forte. Il gasdotto che attraversa il Sinai, peraltro, è stato spesso minacciato dai gruppi estremisti. Ed ecco che arriva l'imponderabile. Tra gennaio e febbraio del 2009 un consorzio in cui figurano alcune compagnie israeliane e l'americana Noble Energy annuncia la scoperta del giacimento di Tamar (la licenza per l'esplorazione risale al 2000). Si tratta della più grande ritrovamento di gas del 2009 sufficiente a coprire i consumi israeliani di gas per 35 anni.
Beirut comincia ad avanzare qualche pretesa. Ma di gas, in quell'area, sembra esservene di più. Il 3 giugno del 2010 il clamoroso annuncio: Noble Energy calcola in 453 miliardi di metri cubi le riserve del giacimento di Leviathan e 228 miliardi quelle di Tamar (dove è stato ritrovato anche del petrolio). Noble ha una quota del 40%, e tra gli altri azionisti figura l'israeliana Delek. Sull'onda dell'entusiasmo l'ad di Noble, Charles D. Davidson, dichiara: «Crediamo che supereremo quanto richiesto dal mercato interno». Isaac Tshuva, il tycoon israeliano padrone della Delek, è andato oltre: «Questo è un giorno di festa per tutto lo stato di Israele. Energia nostra sufficiente per 100 anni ».Forse troppo.Ma non c'è dubbio che, se debitamente sfruttati (la percentuale di successo è del 50%), i giacimenti, che dovrebbero cominciare a produrre entro il 2012, apporteranno un grande cambiamento all'economia israeliana accelerando il processo per ridurre l'uso del carbone,che oggi genera il 60% dell'elettricità.
Libano permettendo. Perché Beirut non vuole sentire ragioni. Tre giorni dopo l'annuncio sulle riserve di Leviathan, Hashem Safieddine, il capo del Consiglio esecutivo del movimento sciita Hezbollah, ribatte: il nostro movimento «non permetterà a Israele di saccheggiare le risorse di gas libanesi ». Il giorno dopo il ministro libanese dell'Energia,Gebran Bassil, esce allo scoperto: «Non permetteremo a Israele e a qualsiasi compagnia che lavora per i suoi interessi di estrarre gas che rientra nel nostro territorio». Infine venerdì scorso prende la parola il portavoce del Parlamento, Nabih Berri. Politico scaltro, vicino agli Hezbollah, Berri prima appoggia l'idea di Bassil per approvare urgentemente una legge sugli idrocarburi al fine di concedere le licenze di sfruttamento del gas, poi precisa: «Israele sta ignorando un fatto, cioè che, secondo le mappe, il giacimento si trova anche nelle acque territoriali del Libano». Ma quali mappe? Il ministro israeliano delle infrastrutture Uzi Landau avverte che Gerusalemme difenderà i suoi giacimenti, anche con la forza. «Israele non può fare a meno di minacciare e spaventare i libanesi», ha replicato il premier libanese, Saad Hariri, nel weekend.
Al telefono con il Sole 24 Ore il ministro Landau è irremovibile: «In conformità con le leggi internazionali questi giacimenti si trovano nella zona economica di Israele.
Quando abbiamo assegnato le licenze per l'esplorazione (Leviathan fu assegnato nel 2003, ndr) i nostri legali hanno rispettato tutte le procedure. Nessuno si è lamentato. Ma una volta trovato il gas ecco che il Libano rivendica qualcosa che è nostro.Dietro il Libano c'è la Siria. Se minacciati non escludiamo nulla per difendere la nostra sovranità, neanche l'uso della forza. Questi giacimenti sono parte del nostro territorio. Sono un asset strategico».
In mezzo Cipro. Gerusalemme e Nicosia starebbero lavorando su un accordo per definire i confini marittimi fissandoli a circa 200 chilometri dalle rispettive coste. «Stiamo portando avanti il dialogo con Cipro per raggiungere un accordo, basato sulla pratica internazionale e sulle relazioni di buon vicinato», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Yigal Palmor. Una volta fissati i confini, Cipro potrebbe concedere licenze per accertarsi se il giacimento si estende nelle sue acque.
La situazione è tuttavia molto complessa. Israele spesso parla di giacimenti nella sua zona esclusiva economica (che tuttavia, pur avendone diritto, non ha dichiarato) e non di acque territoriali. Le rivendicazioni del Libano sono però complesse perché il suo confine con Israele è molto frastagliato, rendendo difficile,in mare,stabilire dove finisce l'uno e inizia l'altro, ha spiegato a Bloomberg Robbie Sable, professore di diritto internazionale a Gerusalemme.
I timori di Beirut potrebbero avere qualche fondamento. Ancor più del petrolio, i giacimenti di gas non sono compartimenti stagni. Quindi, se un giacimento si estende sul territorio di due stati, chi lo estrae per primo potrebbe "succhiare" parte di quello del secondo. «Un argomento fonte di molti attriti nel passato in diverse aree del mondo - ci spiega Leonidas Drollas, capo economista del Centre for Energy Studies- che risale alle esplorazioni di inizio secolo nel Texas; chi arrivava per primo aveva più possibilità. Il giacimento più grande del mondo, tra Iran e Qatar è un caso emblematico. Il Qatar ha iniziato prima le estrazioni ed ha tecnologie all'avanguardia: sta producendo più gas. La soluzione migliore è un accordo per dividere i profitti». Quello che starebbero facendo Cina e Giappone per sfruttare il grande giacimento delle isole Senkaku. Ma anche se il giacimento di Leviathan si estendesse nelle acque libanesi, è improbabile che Israele e Libano facciano lo stesso. Per Hezbollah, accusato da Israele di aver rafforzato il suo arsenale dotandosi di missili Scud, i pretesti per riaprire le ostilità non mancano. E un giacimento di gas, così ricco, può rappresentare l'ultimo, ottimo pretesto.
Roberto Bongiorni
Su quel giacimento, inaspettato e potenzialmente ricchissimo, vogliono mettere le mani tutti. A cominciare da Israele, che ne rivendica la proprietà (ha già concesso le licenze) e vede nel suo sfruttamento la soluzione per affrancarsi dal giogo della dipendenza energetica. Ne esige una parte anche il governo del vicino Libano, di fatto ancora in guerra con Israele e affossato da un ingombrante debito pubblico. Più timidamente, anche Cipro vuole entrare nella partita.
 
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