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Partire dall'inizio è facile, dalla fine è più difficile. Ma è proprio partendo dalla fine dei processi industriali che nasce la società senza rifiuti: una società in cui la filiera produttiva non dev'essere pensata "dalla culla alla tomba" – con l'estrazione delle materie prime, la loro elaborazione,l'utilizzo del prodotto e poi lo smaltimento a fine vita –, ma "dalla culla alla culla", con la rinascita continua dei materiali di base, riciclati infinite volte nella stessa filiera. Per sfruttare a fondo le risorse naturali, il prodotto dev'essere quindi progettato a ritroso, partendo dal suo disassemblaggio. Il design rigenerativo ha cominciato ad affermarsi negli ultimi cinque anni, da quando il chimico tedesco Michael Braungart e l'architetto americano William McDonough hanno lanciato la certificazione C2C, dopo la pubblicazione del loro manifesto: «Cradle to Cradle: Remaking the Way We Make Things». Braungart e McDonough hanno fondato insieme la società di consulenza Mbdc (McDonough Braungart Design Chemistry), che in questi anni ha certificato oltre trecento prodotti con il marchio C2C, dalle scarpe Nike ai mobili Steelcase, dallo shampoo Aveda alle piastrelle olandesi Mosa. Fino a oggi, i parametri di certificazione si basavano su modelli segretissimi, ma a giugno è arrivato l'annuncio congiunto, insieme al governatore della California Arnold Schwarzenegger, della fondazione del Green Products Innovation Institute, che organizzerà a San Francisco corsidi addestramento per specialisti e aziende interessate a utilizzare i modelli C2C. Braungart e McDonough affideranno all'istituto tutti i propri segreti commerciali, compreso un prezioso database dei 10mila prodotti chimici presenti nei processi produttivi dell'ultimo ventennio. L'obiettivo è allargare il raggio d'azione,magari perdendo qualche cliente, ma guadagnando proseliti, con la prospettiva di istituire altri presidi in giro per il mondo.
Il modello applicato da Braungart e McDonough (si veda altro articolo a pag. 2, ndr) ha poco a che fare con gli altri tipi di ecolabel comunemente in circolazione: «La valutazione ambientale di un prodotto – fa notare McDonough – è molto importante, ma in generale esamina il passato. Quel che invece cerchiamo di fare noi è creare un kit di strumenti innovativi, per costruire i prodotti del futuro». La certificazione Mbdc viene concessa alla fine di uno studio approfondito, in cui l'azienda si rende disponibile a mettere in discussione i propri processi industriali e quelli dei suoi fornitori. L'operazione va ben al di là di un superficiale greenwashing e infatti i critici considerano Braungart e McDonough dei pericolosi talebani. Ma sul fronte opposto ci sono colossi autorevoli, da Dow Chemical a Nestlé, che rimettendosi in discussione hanno trovato soluzioni molto più soddisfacenti, economiche e pulite di quelle da cui partivano.
In pratica, il modello Mbdc divide il mondo in due grandi categorie: materiali tecnici e organici. Il primo passo del design rigenerativo è escludere i materiali sintetici che abbiano effetti negativi sull'uomo o sull'ambiente e mantenere nei processi produttivi solo quelli non tossici, con grande attenzione al consumo efficiente di energia e acqua. I materiali organici, invece, si degradano rapidamente, ma proprio perché appartengono al ciclo della vita, possono ritornare alla terra, decomponendosi senza danni per l'ambiente. Nel primo stadio del processo, Mbdc analizza tutte le componenti di un prodotto e chiede all'azienda di risalire indietro nella supply chain di almeno nove passaggi.
Una richiesta che può essere molto difficile da soddisfare, dato che ogni prodotto spesso contiene migliaia di parti, provenienti da tutto il mondo e da vaste schiere di fornitori. Per fare un televisore, ad esempio, si usano oltre 5mila diversi ingredienti chimici. La seconda fase è ridurre al minimo indispensabile i "cattivi ingredienti", che nel caso ideale dovrebbero essere completamente eliminati. Per esempio, Mbdc al momento sta lavorando con Philips per produrre un asciugacapelli: di 500 ingredienti mappati, 460 vanno bene e 40 no. Si sta lavorando per ridurre questo numero il più possibile. Poi bisogna rivedere i processi produttivi tagliando il più possibile i consumi di energia e di acqua.
L'ultimo aspetto è la costruzione di una nuova supply chain basata su sistemi a ciclo chiuso, in modo che i materiali per realizzare un prodotto nuovo provengano sempre da altri prodotti che hanno avuto una vita precedente. In questo modo, si passa all'infinito da una culla a un'altra culla. Morire sarà sempre più difficile.
Partire dall'inizio è facile, dalla fine è più difficile. Ma è proprio partendo dalla fine dei processi industriali che nasce la società senza rifiuti: una società in cui la filiera produttiva non dev'essere pensata "dalla culla alla tomba" – con l'estrazione delle materie prime, la loro elaborazione,l'utilizzo del prodotto e poi lo smaltimento a fine vita –, ma "dalla culla alla culla", con la rinascita continua dei materiali di base, riciclati infinite volte nella stessa filiera. Per sfruttare a fondo le risorse naturali, il prodotto dev'essere quindi progettato a ritroso, partendo dal suo disassemblaggio.
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