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Prospettive di riciclo senza fine PDF Stampa E-mail
sostenibilità
Giovedì 19 Agosto 2010 13:00
Partire dall'inizio è facile, dalla fine è più difficile. Ma è proprio partendo dalla fine dei processi industriali che nasce la società senza rifiuti: una società in cui la filiera produttiva non dev'essere pensata "dalla culla alla tomba" – con l'estrazione delle materie prime, la loro elaborazione,l'utilizzo del prodotto e poi lo smaltimento a fine vita –, ma "dalla culla alla culla", con la rinascita continua dei materiali di base, riciclati infinite volte nella stessa filiera. Per sfruttare a fondo le risorse naturali, il prodotto dev'essere quindi progettato a ritroso, partendo dal suo disassemblaggio. Il design rigenerativo ha cominciato ad affermarsi negli ultimi cinque anni, da quando il chimico tedesco Michael Braungart e l'architetto americano William McDonough hanno lanciato la certificazione C2C, dopo la pubblicazione del loro manifesto: «Cradle to Cradle: Remaking the Way We Make Things». Braungart e McDonough hanno fondato insieme la società di consulenza Mbdc (McDonough Braungart Design Chemistry), che in questi anni ha certificato oltre trecento prodotti con il marchio C2C, dalle scarpe Nike ai mobili Steelcase, dallo shampoo Aveda alle piastrelle olandesi Mosa. Fino a oggi, i parametri di certificazione si basavano su modelli segretissimi, ma a giugno è arrivato l'annuncio congiunto, insieme al governatore della California Arnold Schwarzenegger, della fondazione del Green Products Innovation Institute, che organizzerà a San Francisco corsidi addestramento per specialisti e aziende interessate a utilizzare i modelli C2C. Braungart e McDonough affideranno all'istituto tutti i propri segreti commerciali, compreso un prezioso database dei 10mila prodotti chimici presenti nei processi produttivi dell'ultimo ventennio. L'obiettivo è allargare il raggio d'azione,magari perdendo qualche cliente, ma guadagnando proseliti, con la prospettiva di istituire altri presidi in giro per il mondo.
Il modello applicato da Braungart e McDonough (si veda altro articolo a pag. 2, ndr) ha poco a che fare con gli altri tipi di ecolabel comunemente in circolazione: «La valutazione ambientale di un prodotto – fa notare McDonough – è molto importante, ma in generale esamina il passato. Quel che invece cerchiamo di fare noi è creare un kit di strumenti innovativi, per costruire i prodotti del futuro». La certificazione Mbdc viene concessa alla fine di uno studio approfondito, in cui l'azienda si rende disponibile a mettere in discussione i propri processi industriali e quelli dei suoi fornitori. L'operazione va ben al di là di un superficiale greenwashing e infatti i critici considerano Braungart e McDonough dei pericolosi talebani. Ma sul fronte opposto ci sono colossi autorevoli, da Dow Chemical a Nestlé, che rimettendosi in discussione hanno trovato soluzioni molto più soddisfacenti, economiche e pulite di quelle da cui partivano.
In pratica, il modello Mbdc divide il mondo in due grandi categorie: materiali tecnici e organici. Il primo passo del design rigenerativo è escludere i materiali sintetici che abbiano effetti negativi sull'uomo o sull'ambiente e mantenere nei processi produttivi solo quelli non tossici, con grande attenzione al consumo efficiente di energia e acqua. I materiali organici, invece, si degradano rapidamente, ma proprio perché appartengono al ciclo della vita, possono ritornare alla terra, decomponendosi senza danni per l'ambiente. Nel primo stadio del processo, Mbdc analizza tutte le componenti di un prodotto e chiede all'azienda di risalire indietro nella supply chain di almeno nove passaggi.
Una richiesta che può essere molto difficile da soddisfare, dato che ogni prodotto spesso contiene migliaia di parti, provenienti da tutto il mondo e da vaste schiere di fornitori. Per fare un televisore, ad esempio, si usano oltre 5mila diversi ingredienti chimici. La seconda fase è ridurre al minimo indispensabile i "cattivi ingredienti", che nel caso ideale dovrebbero essere completamente eliminati. Per esempio, Mbdc al momento sta lavorando con Philips per produrre un asciugacapelli: di 500 ingredienti mappati, 460 vanno bene e 40 no. Si sta lavorando per ridurre questo numero il più possibile. Poi bisogna rivedere i processi produttivi tagliando il più possibile i consumi di energia e di acqua.
L'ultimo aspetto è la costruzione di una nuova supply chain basata su sistemi a ciclo chiuso, in modo che i materiali per realizzare un prodotto nuovo provengano sempre da altri prodotti che hanno avuto una vita precedente. In questo modo, si passa all'infinito da una culla a un'altra culla. Morire sarà sempre più difficile.
Partire dall'inizio è facile, dalla fine è più difficile. Ma è proprio partendo dalla fine dei processi industriali che nasce la società senza rifiuti: una società in cui la filiera produttiva non dev'essere pensata "dalla culla alla tomba" – con l'estrazione delle materie prime, la loro elaborazione,l'utilizzo del prodotto e poi lo smaltimento a fine vita –, ma "dalla culla alla culla", con la rinascita continua dei materiali di base, riciclati infinite volte nella stessa filiera. Per sfruttare a fondo le risorse naturali, il prodotto dev'essere quindi progettato a ritroso, partendo dal suo disassemblaggio.
 
In conferenza dei servizi sprint sui permessi «verdi» PDF Stampa E-mail
normativa
Mercoledì 18 Agosto 2010 14:59
I primi effetti positivi, gli addetti ai lavori hanno già avuto modo di sperimentarli nelle conferenze dei servizi attualmente in corso. Il principio del silenzio assenso esteso al parere delle autorità competenti sulla tutela ambientale – insieme alla responsabilità per i funzionari introdotta dal Dl 78/ 2010 –promette di essere un potente acceleratore per l'istituto. Nel settore immobiliare, la conferenza dei servizi entra in gioco in diverse situazioni: – la procedura del cosiddetto sportello unico (articolo 5, Dpr 447/98) che si avvale della conferenza per l'adozione delle varianti urbanistiche finalizzate alla realizzazione di insediamenti produttivi; – la disciplina dell'autorizzazione all'apertura delle grandi strutture di vendita che passa attraverso la decisiva conferenza in sede regionale; – i procedimenti per la realizzazione delle opere pubbliche che grazie all'istituto coordinano le competenze delle diverse amministrazioni coinvolte specie nella realizzazione delle infrastrutture a rete.
Le modifiche introdotte dal Dl sono volte a semplificare la disciplina della conferenza, accelerandone la conclusione che, deve intervenire entro 90 giorni dalla prima riunione (salva sospensione fino della durata massima di 120 giorni solo per i progetti soggetti a valutazione di impatto ambientale, Via). In primo luogo, il decreto legge modifica l'articolo 14, comma 1, della legge 241/90, rimettendo alla discrezionalità della pubblica amministrazione la decisione di convocare la conferenza di servizi istruttoria (che, diversamente dalla decisoria, si limita ad acquisire le indicazioni delle diverse amministrazioni interessate al procedimento, senza concludersi con un provvedimento sostitutivo delle determinazioni degli enti partecipanti), evitando che la mancata adozione di tale modulo procedurale – prima del Dl da indirsi "di regola" – possa formare oggetto di sindacato da parte del giudice amministrativo.
La modifica all'articolo 14-ter (lavori della conferenza di servizi) della legge 241 prevede poi due importanti semplificazioni procedurali: la prima impone alla soprintendenza di esprimere l'autorizzazione paesaggistica, ove richiesta, un'unica volta e in via definitiva in seno alla conferenza di servizi. La seconda attiene al rapporto tra Vas ( valutazione ambientale strategica, che interessa soprattutto le varianti urbanistiche) e Via (che riguarda l'approvazione dei progetti), prevedendo che i risultati e le prescrizioni conseguiti nell'ambito della Vas devono essere utilizzati senza modifiche ai fini della Via.
Sempre rispetto alla procedura, viene quindi modificato il comma 7 dell'articolo 14-ter, nel senso di considerare acquisito anche il parere delle amministrazioni preposte alla tutela della salute, della pubblica incolumità e dell'ambiente nei casi in cui il relativo rappresentante non abbia espresso definitivamente la volontà della propria amministrazione in sede di conferenza. Dalla previsione restano tuttavia esclusi i provvedimenti in materia di Via, Vas e Aia (autorizzazione integrata ambientale). Qualora la Via di competenza statale ritardi, il decreto introduce comunque la possibilità di chiedere l'intervento sostitutivo del consiglio dei ministri per consentire la conclusione dei lavori della conferenza entro un termine ragionevole.
In via generale, viene inoltre fissato un importante elemento di responsabilità dei funzionari pubblici, prevedendosi che la mancata partecipazione alla conferenza di servizi ovvero la ritardata o mancata adozione della determinazione motivata di conclusione del procedimento siano valutate ai fini della responsabilità dirigenziale o disciplinare e amministrativa, nonché ai fini dell'attribuzione della retribuzione di risultato. Resta comunque salvo il diritto del privato di dimostrare il danno derivante dalla mancata osservanza del termine di conclusione del procedimento.
Questa disposizione –unitamente al termine di 90 giorni entro cui la conferenza va chiusa e alla previsione per cui «il dissenso di uno o più rappresentanti delle amministrazioni, regolarmente convocate alla conferenza di servizi, a pena di inammissibilità, deve essere manifestato nella conferenza di servizi» (previsione peraltro estesa dal Dl anche alle amministrazioni preposte alla tutela ambientale) – nella prassi si è già dimostrata decisiva per accelerare la definizione dei procedimenti pendenti.
Il comma 4,infine,modifica l'articolo 29, comma 2-ter della legge 241 al fine a rendere omogenea sul territorio nazionale la disciplina della conferenza di servizi, facendola rientrare nei livelli essenziali delle prestazioni di cui all'articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione.
Guido A. Inzaghi
I primi effetti positivi, gli addetti ai lavori hanno già avuto modo di sperimentarli nelle conferenze dei servizi attualmente in corso. Il principio del silenzio assenso esteso al parere delle autorità competenti sulla tutela ambientale – insieme alla responsabilità per i funzionari introdotta dal Dl 78/ 2010 –promette di essere un potente acceleratore per l'istituto. Nel settore immobiliare, la conferenza dei servizi entra in gioco in diverse situazioni: – la procedura del cosiddetto sportello unico (articolo 5, Dpr 447/98) che si avvale della conferenza per l'adozione delle varianti urbanistiche finalizzate alla realizzazione di insediamenti produttivi; – la disciplina dell'autorizzazione all'apertura delle grandi strutture di vendita che passa attraverso la decisiva conferenza in sede regionale; – i procedimenti per la realizzazione delle opere pubbliche che grazie all'istituto coordinano le competenze delle diverse amministrazioni coinvolte specie nella realizzazione delle infrastrutture a rete.
 
Il business dei rifiuti non è da scartare PDF Stampa E-mail
rifiuti
Martedì 17 Agosto 2010 14:48
Da tempo il tema della gestione e dello smaltimento rifiuti in molti comuni d'Italia è un campo minato. Il caso Sicilia con Palermo in testa, dove da settimane è scattato il campanello d'allarme, è solo la ciliegina sulla torta. Rispetto al resto d'Europa, in Italia dove il business, oggi in capo ai Comuni, è stato liberalizzato rimane forte l'esigenza di adeguare la gestione dei rifiuti agli standard europei, sebbene tra il 1996 e il 2007 la spesa complessiva per investimenti nel settore dei rifiuti sia salita a 8,8 miliardi di euro con un trend in sostenuta accelerazione (Cagr del 6,4%), ben al di sopra a quello realizzato dall'aggregato della spesa per investimenti della pubblica amministrazione allargata.
È stato stimato un fabbisogno pari a 11-12 miliardi di euro per la realizzazione di circa 100 nuovi impianti di termovalorizzazione in uno scenario compatibile con l'obiettivo europeo di arrivare al 2012 con una raccolta differenziata al 65%. Insomma, c'è ancora molto da fare in un mercato dalle potenzialità elevate per chi fa questo business. Di forte interesse è il tema della raccolta differenziata che nel 2008 a livello nazionale ha raggiunto il 30,6% della produzione di RU (riufiuti urbani), in sensibile crescita rispetto al 2007.
Nel periodo 2004-2008 il mercato della raccolta differenziata del Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche o semplicemente rifiuti elettronici) ha registrato una crescita del 110 per cento. Nel 2009, sono stati raccolti in media 3,21 chilogrammi pro-capite di rifiuti elettrici ed elettronici per un totale di 193 milioni (il triplo rispetto al 2008). E secondo le direttive europee tali indicatori sono destinati a raddoppiare.
Per le aziende quotate ci sono opportunità anche se il settore almeno a Piazza Affari è poco rappresentato. L'attività di raccolta e smaltimento rifiuti solo marginalmente viene fatta delle multiutilities. Per esempio, per una società come Hera ,
l'area ambiente (dove c'è appunto la raccolta e lo smaltimento rifiuti) rappresenta il 14,2% dei ricavi. Tra le small cap c'è il gruppo Biancamano,
specializzato al 100% in questa attività. Ma il settore presenta potenzialità in Borsa? Occhi puntati, in particolare, sull'italiana Biancamano, considerando che da inizio anno il titolo perde il 5,72% e da tre anni quasi il 53%?
Rispetto ai due principali indici mondiali del settore che da inizio anno perdono rispettivamente il -6,4% (Djt World Waste & Disposal) e il -9,26% (World-DS Waste & Disposal) nel 2010 è andata meglio: diversa la prospettiva se l'orizzonte si sposta a tre anni (gli stessi indici sono rispettivamente a quota - 14,9% e -24,6%). Ma guardando le performance borsistiche devono recuperare terreno anche big come la francese Veolia, la finlandese
Lassila & Tikanoja e la britannica Shanks.
Secondo uno studio condotto dalla società IRTop
in cui sono state analizzate otto società simili sia per modello di business sia per attività svolta (si veda la tabella in pagina) in base ai principali indicatori economici e finanziari (dell'anno 2009 e del primo trimestre 2010), le potenzialità ci sono ma soprattutto la piccola Biancamano sconta il fatto di avere un bassissima capitalizzazione. «Sul campione dello studio – spiega Anna Lambiase, ad di IRTop – l'up-side medio rispetto al target price è del 21% dagli attuali corsi delle azioni; su Biancamano è di oltre il 100% rispetto alla media dei tre studi di copertura di Intermonte, Integrae e Imi (media target price 2,8 contro un prezzo di chiusura del titolo ad oggi di 1,3). L'andamento negativo del titolo indubbiamente sconta una limitata capitalizzazione, tuttavia non appare consono ai risultati di bilancio, tutti positivi, in linea con gli obiettivi dichiarati».
Lucilla Incorvati
Da tempo il tema della gestione e dello smaltimento rifiuti in molti comuni d'Italia è un campo minato. Il caso Sicilia con Palermo in testa, dove da settimane è scattato il campanello d'allarme, è solo la ciliegina sulla torta. Rispetto al resto d'Europa, in Italia dove il business, oggi in capo ai Comuni, è stato liberalizzato rimane forte l'esigenza di adeguare la gestione dei rifiuti agli standard europei, sebbene tra il 1996 e il 2007 la spesa complessiva per investimenti nel settore dei rifiuti sia salita a 8,8 miliardi di euro con un trend in sostenuta accelerazione (Cagr del 6,4%), ben al di sopra a quello realizzato dall'aggregato della spesa per investimenti della pubblica amministrazione allargata.
 
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