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Certificato ambientale targato Ue PDF Stampa E-mail
normativa
Martedì 24 Agosto 2010 10:16
La direttiva comunitaria sull'energia da fonti rinnovabili (n. 2009/28/Ce) ha fissato parametri vincolanti per l'uso di bioenergia. Ogni Stato membro deve realizzare obiettivi individuali per giungere a una quota complessiva di energie rinnovabili nell'ambito dei consumi energetici globali. Inoltre, nel settore dei trasporti tutti gli Stati membri dovranno raggiungere l'obiettivo comune del 10% di energia proveniente da fonti rinnovabili. Attualmente l'uso di biocarburanti si concentra nel settore dei trasporti.
La Commissione ha quindi deciso d'incoraggiare l'industria, i governi e le Ong a istituire sistemi volontari di certificazione per tutti i tipi di biocarburanti usati nella Ue, compresi quelli importati, e ha definito i requisiti che tali certificazioni devono rispettare per essere riconosciuti dalla Commissione. La certificazione facilita il rispetto dei criteri stabiliti dall'Unione secondo cui i biocarburanti devono consentire riduzioni considerevoli delle emissioni di gas a effetto serra e non devono provenire da foreste, zone umide e aree naturali protette. Le regoleapplicabili ai sistemi di certificazione rientrano in una serie di orientamenti esplicativi per attuare la direttiva sull'energia da fonti rinnovabili, che entrerà in vigore a dicembre 2010.
Il pacchetto adottato dalla Commissione consiste di due comunicazioni e una decisione, incentrate sui criteri di sostenibilità per i biocarburanti e sulle azioni necessarie per verificare che siano impiegati unicamente biocarburanti sostenibili. Le due comunicazioni, pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale Ue n.C 160 del 19 giugno scorso, riguardano il regime Ue di sostenibilità per i biocarburanti e i bioliquidi. La decisione è invece pubblicata nella Gazzetta Ufficiale Ue L 151 e contiene le linee direttrici per il calcolo degli stock di carbonio nel suolo, come previsto dall'allegato V della direttiva 2009/ 28/CE. Secondo la Commissione, i biocarburanti non dovrebbero essere ottenuti da materie prime provenienti da foreste tropicali o da aree disboscate di recente, da torbiere drenate, zone umide o aree a elevata biodiversità e indica come valutare questo elemento. Inoltre, la conversione di una foresta in una piantagione di palme da olio sarebbe in contrasto con i requisiti di sostenibilità. La comunicazione ribadisce che gli Stati membri devono rispettare gli obiettivi nazionali vincolanti in materia di energie rinnovabili e che solo i biocarburanti che consentono di risparmiare grandi quantità di gas a effetto serra valgono ai fini degli obiettivi nazionali; è inoltre spiegato come si effettua il calcolo. I biocarburanti devono consentire un risparmio del 35% di gas a effetto serra rispetto ai combustibili fossili, che salirà al 50% nel 2017 e al 60% (per i biocarburanti prodotti da nuovi impianti) nel 2018.
La direttiva Ue 2009 sulla materia fissa come obiettivo generale una quota del 20% di energia rinnovabile rispetto al consumo totale di energia entro il 2020. Questo obiettivo è stato convertito in obiettivi nazionali vincolanti per gli Stati membri. Ciascuno di essi deve raggiungere i propri obiettivi nazionali per la quota generale di energie rinnovabili. Inoltre, nel settore dei trasporti tutti gli Stati membri devono raggiungere l'obiettivo comune del 10% di energia da fonti rinnovabili.
Maria Adele Cerizza
La direttiva comunitaria sull'energia da fonti rinnovabili (n. 2009/28/Ce) ha fissato parametri vincolanti per l'uso di bioenergia. Ogni Stato membro deve realizzare obiettivi individuali per giungere a una quota complessiva di energie rinnovabili nell'ambito dei consumi energetici globali. Inoltre, nel settore dei trasporti tutti gli Stati membri dovranno raggiungere l'obiettivo comune del 10% di energia proveniente da fonti rinnovabili. Attualmente l'uso di biocarburanti si concentra nel settore dei trasporti.
 
La terra contesa tra foreste, cereali e biocarburanti PDF Stampa E-mail
energia
Lunedì 23 Agosto 2010 10:08
Il "modello Brasile" traina da alcuni anni un boom produttivo dei biocarburanti che si è esteso a molti Paesi in via di sviluppo, dall'Asia merdionale al resto dell'America latina. Ormai si può parlare di un fenomeno globale, con un'offerta che ha rapidamente superato la domanda (tanto da causare negli Usa, nell'ultimo anno, un calo del 60% dei corsi del biodiesel prodotto con la soia), ma con prospettive (o ambizioni...) che restano brillanti sul lungo periodo. Specie se nel frattempo le quotazioni del greggio resteranno agli attuali livelli ( 7580 dollari al barile) o, meglio ancora, torneranno sopra la fatidica "quota 100". In ogni caso, secondo una previsione rilasciata alla fine dello scorso anno dall'Agenzia internazionale dell'Energia, nel 2050 tra un terzo e un quarto della domanda energetica mondiale sarà soddisfatto da combustibili rinnovabili. Rimangono però irrisolte le questioni ambientale e alimentare. Che nei Pvs assumono aspetti socio politici di un rilievo sconosciuto nei paesi sviluppati. La prima si riferisce al processo di deforestazione, che in varie regioni (Sud Est asiatico, Africa centro-meridionale, Brasile)ha ricevuto un'indubbia spinta per dare spazio alle colture bio-energetiche (nell'ultimo ventennio la produzione di soia è quadruplicata in Amazzonia, quella di palma da olio triplicata in Indonesia e in Malaysia).
La seconda questione riguarda la produzione di biocarburanti mediante materie prime alimentari, specie etanolo distillato da cereali. Certo, la celebre denuncia lanciata alcuni anni fa da Fidel Castro sulla brama di guadagno dei paesi sviluppati, che avrebbero portato alla fame il Terzo mondo per ridurre del 15% i consumi delle proprie auto sovraddimensionate, si è in gran parte ridimensionata: solo gli Usa ricorrono a questo sistema, utilizzando peraltro le eccedenze produttive – circa il 15-20% dei raccolti totali – e comunque senza turbare le quotazioni mondiali di mais e grano, che sono infatti tornate a livelli stabili dopo le impennate del 2008.
Il problema della produzione di carburante con cereali altrimenti destinati all'alimentazione umana resta però sempre attuale. Specie per i meccanismi connessi, potenzialmente deleteri: crediti per costruire impianti che aumentano il debito estero, necessità di dirottare risorse cerealicole alla produzione di combustibili in caso di nuovi balzi del barile di petrolio a quotazioni a tre cifre e così via. Appaiono temibili, in particolare, gli effetti su paesi con equilibri demografico- alimentari sempre più precari: il timore latente, incoffessato, si chiama carestia. Secondo le stime della Fao, entro il 2030 la popolazione mondiale salirà da 6,8 a 8,2 miliardi (+32%), con un tasso ancora maggiore nelle regioni tropicali, dove la forte pressione demografica accentua l'insicurezza alimentare ma dove si trovano anche le regioni migliori per fertilità dei suoli e specificità delle colture, per introdurre la produzione dei biocombustibili.
Se a questo equilibrio precario si associa il fenomeno, in fase di forte espansione, dell'acquisto (o affitto per svariati decenni) di terre tropicali o in regioni a vocazione cerealicola (Russia ed est europeo, ad esempio), a beneficio di paesi ricchi di petrodollari ma con cronici deficit agro-alimentari ( Nord Africa, Golfo Persico) oppure con enormi surplus delle bilance dei pagamenti (Estremo Oriente, India ma anche qualche europeo) diventa chiaro come si rischi di creare una miscela esplosiva.
In altri termini, i 15-20 milioni di ettari che solo nell'ultimo triennio sono passati di mano in Africa potrebbero produrre riso, sorgo o grano con cui nutrire le masse saudite, cinesi o coreane, ma anche le stesse popolazioni locali, se i surplus prodotti finissero sui mercati locali. Ben diverso il risultato se quegli stessi terreni finissero coltivati a jatropha, canna da zucchero o palma da olio. Sarebbe difficile respingere le accuse castriste circa una volontà neocoloniale del mondo sviluppato di affamare i Pvs solo per riempire i propri serbatoi di carburante.
Paolo Migliavacca
Il "modello Brasile" traina da alcuni anni un boom produttivo dei biocarburanti che si è esteso a molti Paesi in via di sviluppo, dall'Asia meridionale al resto dell'America latina. Ormai si può parlare di un fenomeno globale, con un'offerta che ha rapidamente superato la domanda (tanto da causare negli Usa, nell'ultimo anno, un calo del 60% dei corsi del biodiesel prodotto con la soia), ma con prospettive (o ambizioni...) che restano brillanti sul lungo periodo. Specie se nel frattempo le quotazioni del greggio resteranno agli attuali livelli ( 7580 dollari al barile) o, meglio ancora, torneranno sopra la fatidica "quota 100".
 
Impronta più verde per l'industria PDF Stampa E-mail
sostenibilità
Venerdì 20 Agosto 2010 14:07
Non è senz'altro il modo più ortodosso per fare soldi. Dopo aver passato vent'anni a costruire una società leader in un settore tra i più promettenti a livello globale, Bill McDonough e Michael Braungart hanno scelto di donare l'idea alla base del loro business a un'organizzazione non profit. I due, un architetto americano e un chimico tedesco, sono alla guida di McDonough Braungart Design Chemistry, società di consulenza ambientale con sede a Charlottesville, Virginia, che misura l'"impronta ecologica"dell'intera catena produttiva di un prodotto. Il procedimento si basa su una serie di criteri estremamente rigorosi che danno vita a procedure per la creazione di nuovi materiali chimici che loro definiscono sistema «cradleto- cradle» (letteralmente «dalla culla alla culla», ndt ).
Finora il sistema era un segreto gelosamente custodito. Ma il recente lancio del Green Products Innovation Institute di San Francisco dovrebbe portare centinaia di altre società a utilizzare il sistema. L'idea è che l'apertura possa espandere lafilosofia di fondo molto più rapidamente che non tenendo un rigido controllo sulla loro idea.
A livello di base Mbdc offre una variante alle etichette ecologiche che segnalano l'impatto ambientale del miliardo di diversi prodotti creati l'anno scorso.
In senso più ampio il loro procedimento rientra nel dibattito globale tra aziende, consumatori e attivisti su come gestire fenomeni come l'aumento dei consumi energetici, il riscaldamento globale e le difficoltà nello smaltimento di prodotti chimici tossici.
Attualmente ci sono quattro modelli di valutazione. Uno contempla un numero limitato di criteri e non prende in considerazione l'intero "impatto ambientale" di un prodotto. Per esempio la catena di grande distribuzione Tesco valuta solo le emissioni di anidride carbonica di alcuni prodotti. Un altro sistema è rappresentato da standard che coprono un divario più ampio di criteri ma non vanno a scandagliare l'intera supply chain. Un terzo modello contempla criteri più ampi e profondi, ma "chiusi". Basf e Nike, per esempio, hanno le loro procedure interne di valutazione. Un ultimo gruppo prevede criteri generali e profondi e sono applicabili ai prodotti di singole aziende che paghino per essere sottoposte ai relativi test. È l'approccio sposato da McDonough/Braungart e dal certificatore tedesco Tuv Rheinland.L'elemento chiave è un approccio che valuta l'impatto ambientale nell'intero ciclo di vita del prodotto e non solo in fase di produzione o di commercializzazione.
Secondo McDonough «i sistemi di valutazione dei prodotti sono al momento concentrati sul passato. Quello a cui noi puntiamo sono kit innovativi per costruire i prodotti del futuro». «Michael e Bill ci hanno portato a ritenere che le politiche aziendali in fatto di ambiente non fossero solo una semplice moda e che esse sono parte integrante della gestione di un'azienda», commenta Jim Hackett, Ceo di Steelcase, una delle aziende più entusiaste che hanno ottenuto la certificazione.
In pratica il modello è costituito da due fasi. La prima è rappresentata dall'"analisi", durante la quale le aziende devono identificare tutti i componenti chimici dei loro prodotti, andando indietro di dieci passaggi nella supply chain. È una fase molto complessa, perché molti prodotti contengono migliaia di componenti da tutto il mondo e, spesso, un'ampia gamma di fornitori. Lo scopo di questa fase è quello di «ridurre al minimo i materiali chimici rischiosi – spiega Braungart – anche se non possiamo pretendere che in tutti i casi vengano del tutto eliminati».
Il secondo aspetto del sistema è rappresentato dalla costruzione di una nuova supply
chain
basata su un "anello chiuso". I materiali utilizzati per creare nuovi prodotti devono cioè derivare da sostanze ricavate da altri oggetti. In questo modo i singoli materiali passano attraverso diverse "rinascite" in un processo che prosegue senza fine. Il sistema è fondamentalmente diverso dal classico approccio «dalla culla alla tomba», in base al quale i materiali vengono estratti dal terreno o coltivati, trasformati in prodotti e poi abbandonati nella fase del fine vita senza valutare più di tanto le modalità per riutilizzarli.
Un aspetto chiave per comprendere questa parte del processo è la divisione del mondo in quella che McDonough e Braungart chiamano la "tecnosfera", che include tutto ciò che è fatto dall'uomo, e la "biosfera", vale a dire l'ambiente naturale. Laddove possibile bisogna cercare di ottenere che i materiali nei prodotti siano fatti entrare e uscire dalla tecnosfera il più liberamente possibile, senza provocare danni alla biosfera e utilizzando in maniera prioritaria energia rinnovabile. «Uno dei principi fondamentali è che lo scarto dei prodotti esistenti diventi materia prima per quelli nuovi», commenta Braungart.
Negli ultimi cinque anni la Mbdc, insieme alla "società-sorella" Environmental Protection Encouragment Agency, società di consulenza scientifica ed è gestita da Braungart, si è occupata di certificazione dei prodotti. Finora l'hanno ottenuta 300 prodotti, cento nell'ultimo anno. I critici stigmatizzano la complessità e i costi dell'ampio ventaglio di analisi come causa delle poche certificazioni ottenute. Walter Stabel, ingegnere svizzero le cui idee sono alla base del concetto del cradle-to-cradle, sostiene che quello di McDonough e Braungart è «un approccio integralista che ignora la realtà del business».
Anche Ray Anderson, presidente di Interface, produttore Usa di tappeti e noto per le sue posizioni ambientaliste, mette in discussione il sistema di Mbdc perché molto complesso, oltre che ipersegreto e chiuso: «È come una scatola nera in cui è molto difficile penetrare», sostiene.
Ma l'annuncio del nuovo istituto di San Francisco – che ha proprio tra i suoi obiettivi quello di aprire i criteri chiave alla base dell'analisi del cradle-tocradle
– è stato sufficiente a far cambiare posizione ad Anderson: «È un'iniziativa positiva che affronta molte delle mie perplessità – commenta oggi –. Dovrebbe permettere un considerevole miglioramento dello stato dell'arte in termini di riduzione dell'impatto ambientale dell'industria».
Non è senz'altro il modo più ortodosso per fare soldi. Dopo aver passato vent'anni a costruire una società leader in un settore tra i più promettenti a livello globale, Bill McDonough e Michael Braungart hanno scelto di donare l'idea alla base del loro business a un'organizzazione non profit. I due, un architetto americano e un chimico tedesco, sono alla guida di McDonough Braungart Design Chemistry, società di consulenza ambientale con sede a Charlottesville, Virginia, che misura l'"impronta ecologica"dell'intera catena produttiva di un prodotto. Il procedimento si basa su una serie di criteri estremamente rigorosi che danno vita a procedure per la creazione di nuovi materiali chimici che loro definiscono sistema «cradleto- cradle» (letteralmente «dalla culla alla culla», ndt).
 
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